Natale 1914: lo spontaneo sentimento di pace sui campi di battaglia della prima guerra mondiale

Natale 1914

Alla data del 25 dicembre 1914, dallo scoppio della Prima guerra mondiale erano trascorsi 151 giorni. Il conflitto, che tutti gli Stati europei belligeranti vevano creduto di potere condurre e risolvere in modo rapido e travolgente, si era trasformato da guerra di movimento in guerra di posizione e aveva già fatto milioni di morti di feriti e di mutilati.
Da una trincea all’altra si sperava nella fine della guerra o almeno in una tregua. E quando, sul fronte occidentale, ai soldati dell’Intesa (Gran Bretagna, Francia, Russia) e degli Imperi Centrali (Germania e Austria- Ungheria) fu chiaro che non ci sarebbero state nè l’una nè l’altra accadde quello che gli alti comandi delle due coalizioni in guerra mai avrebbero ritenuto possibile: spontaneamente soldati inglesi e tedeschi uscirono dalle trincee e cominciarono a camminare nella terra di nessuno, terra che odorava ancora di brandelli di carne umana in putrefazione e di polvere da sparo, ma nell’aria non si sentirono risuonare né colpi di fucile né raffiche di mitragliatrice.
Quelli che fino a un momento prima si consideravano nemici irriducibili da uccidere si trovarono faccia a faccia lungo i cinquanta cento duecento metri che separavano una trincea dall’altra. E un incontenibile desiderio di umana fratellanza universale spinse il soldato tedesco e il soldato inglese a stringersi la mano e a scambiarsi gli auguri di Buon Natale in un’atmosfera che niente pareva avere di reale e di concreto. Ma chi erano quegli uomini che da oltre cinque mesi sentivano quotidianamente il rombo del cannone, le raffiche delle mitragliatrici, il fischio delle pallottole di fucili, o vedevano i corpi dei compagni disintegrati dalle granate o trafitti dalle baionette, se non uomini comuni strappati al calore all’affetto e all’amore dei familiari e al lavoro quotidiano, uomini che facevano i contadini gli artigiani gli impiegati i professionisti e che erano stati scaraventati da un giorno all’altro nella fornace incandescente di una guerra che non avevano voluto, una guerra che oggi li faceva eroi, domani li faceva vigliacchi, oggi li alienava, domani li mutilava o li uccideva.
Mentre gli uomini di governo e degli alti comandi militari, che la guerra avevano voluto e scatenato e che li mandavano a morire per la conquista di poche decine di metri di terreno, che sarebbero state perdute alcune ore o alcuni giorni dopo, trascorrevano il tempo lontani dalle trincee e dai campi di battaglia tra discorsi oziosi e manovre politiche idiote o inconcludenti, pranzi, baciamano, musiche e balli con signore dell’aristocrazia o della ricca borghesia industriale bancaria e imprenditoriale, bicchieri di champagne e di cognac, salutati dall’immancabile “prosit” alla faccia dell’umile fante, che schiacciava pulci e pidocchi all’interno del pantano della trincea o cadeva colpito da un cecchino quando meno se lo aspettava o nel corso di un attacco o di un contrattacco.
Come scrive Martin Gilbert, uno dei più autorevoli storici della Prima e della Seconda guerra mondiale, tutto cominciò la sera della vigilia di Natale e proseguì nel corso della giornata del Santo Natale.
“Quel Natale, pressochè ovunque nella terra di nessuno, in prossimità delle linee inglesi e in alcuni settori delle linee francesci e belghe, i soldati fraternizzarono con i tedeschi. A dare il via erano sempre questi ultimi, o con un messaggio o con un canto. Nei pressi di Ploegsteert un ufficiale britannico, il capitano R.J. Armes, che parlava tedesco, dopo avere ascoltato con i suoi uomini un soldato nemico cantare una serenata, lo invitò a continuare e il tedesco intonò “I due granatieri di Schumann”.
Allora da entrambe le linee gli uomini uscirono dalle trincee e si incontrarono nella terra di nessuno”. Per tutta la giornata del 25 Dicembre 1914, in diversi punti del fronte, il nemico strinse la mano al nemico augurando Buon Natale, scambiando sigari e tavolette di cioccolato, stellette e distintivi, bottoni delle divise militari, bicchierini di whisky, facendo provviste di paglia e di legna da ardere, seppellendo i morti che si trovavano tra le opposte trincee, mentre ora cappellani inglesi ora cappellai tedeschi leggevano le preghiere e ci si irrigidiva sull’attenti quando i miseri resti dei corpi dei militari inglesi francesci belgi e tedeschi venivano calati all’interno delle fosse scavate in quel giorno santo.
Per un giorno, un solo giorno, per tutta la durata della Prima guerra mondiale, quella che cominciò ad essere la terra di nessuno fu la terra di tutti e il silenzio non fu il silenzio di piombo che precedeva un attacco o un contrattacco, ma il silenzio del giorno della nascita del Salvatore, rotto soltanto dalle voci ritornate amiche di uomini che da un giorno all’altro erano diventati nemici per volontà di sovrani ministri diplomatici e plenipotenziari.
Quando gli alti comandi dell’Intesa e degli Imperi Centrali furono informati che i soldati fraternizzavano diedero ordine agli ufficiali di fare rientrare, come pecore negli ovili, le truppe nelle rispettive trincee, convalidando la tesi che l’odio tra le genti d’Europa lo alimentavano coloro che la guerra non la facevano e se ne stavano lontani dal fronte, ormai diventato un immenso formicaio sia sotterraneo che alla luce del sole.
Già nella giornata di Santo Stefano, il 26 Dicembre 1914, i combattimenti riprendevano sotterrando, nella terra di nessuno, quello slancio spontaneo di fratellanza, che aveva visto il nemico stringere la mano al nemico, camminandogli accanto anche per pochi metri, respirare un’aria non infettata dalla polvere da sparo, dai gas e dall’odio che avrebbe portato lentamente alla rovina i popoli dell’Europa nel volgere dei successivi quattro anni di guerra.

Antonio Cammarana

La sala da barba


La sala da barbaIgnazio aveva frequentato la sala da barba non per apprendere l’arte e metterla da parte, ma perché la madre intendeva sottrarlo alle insidie e ai pericoli della strada. Dentro la sala e nel tratto di strada di fronte, zio aveva la possibilità di tenere Ignazio sott’occhio, osservando i sui movimenti e vigilando su di lui continuamente. Ignazio aveva il compito di sciacquare il pennello con l’acqua corrente, dopo che al cliente era stata fatta la barba; di spazzolare le spalle allo stesso dopo il taglio dei capelli; di dare alcuni colpi di scopa sul pavimento per eliminare la peluria sparsavi; di ringraziare il cliente dopo il pagamento del servizio.
Nel corso degli anni Ignazio vide barbe e capelli di tutti i tipi e non dimenticò mai che a partire del 1956 il taglio dei capelli e la rasatura della barba erano cinquanta lire, di cui trentacinque per i capelli e quindici per la barba.
Durante le festività natalizie e pasquali il tavolinetto, ‘ che di solito stava in mezzo alla sala con “La domenica del corriere” sopra in bella vista, veniva spostato in un angolo e il settimanale collocato in una sedia. Sul tavolinetto compariva, adorno di palline colorate e di fili d’oro e d’argento, un alberello di Natale che aveva al suo fianco, come scudiero, un vassoio sul quale cadevano, a seconda delle possibilità e della generosità del cliente, monete da cinque e dieci lire. Buona era la raccolta di soldi che terminava il giorno di Natale, più ricca quella di Capodanno, magra quella dell’Epifania.
A Natale e a Capodanno venivano distribuiti da zio piccoli calendarietti illustrati e profumati, frutto di un’accurata ed oculata selezione effettuata nel mese di novembre, quando nella sala, in tutte le ore del giorno, facevano la loro rapida apparizione i rappresentanti di questi almanacchi natalizi. Allora zio contava il numero dei clienti che aveva, li suddivideva a seconda delle possibilità economiche e dell’età di ognuno di loro, ordinava vari tipi di calendarietti: popolari, piccolo e medio borghesi, per professionisti.

In ognuno di essi vi erano raffigurate donne procaci e dive del cinema assieme ai giorni e ai mesi dell’anno. Verso la fine del 1950 zio distribuì calendarietti con donne in costume da bagno.
A Ignazio parve sempre straordinaria la rapidità con la quale zio prendeva dalla tasca oppure dal cassetto dell’armadietto a muro i vari tipi di calendari e come li facesse scivolare nelle tasche delle giacche e dei cappotti dei clienti, per non fare notare la disparità dell’omaggio, che dipendeva dalla generosità delle monete che cadevano sul vassoio delle mance, dalla condizione sociale e dall’età del cliente.
Ogni anno a Ignazio toccavano gli spiccioli, la parte “più congrua andava al primo aiutante, l’equivalente della spesa per acquistare i calendarietti nelle tasche di zio. Ma era bello il clima di attesa che veniva a crearsi attorno alle mance natalizie per quello che potevano fruttare in denaro. Eppure si trattava di poche migliaia di lire, che non avrebbero cambiato la condizione sociale di nessuno.

Dai ricordi d’infanzia di
Antonio Cammarana

“Il suonatore di contrabbasso”, una lirica di Giovanni Lantino commentata da Antonio Cammarana

Il suonatore di contrabbasso
“Diario 28” è il primo libro di poesie di Giovanni Lantino; è suddiviso in quattro sezioni (L’Artide 1983-1988, Poesia Elucubrazione 1989-1993, Parole della Rivoluzione 1999-2009, Autocomunicazioni 2010-2011), più un Intermezzo (Sul divano), scritte nel lungo arco di tempo di 28 anni; è un viaggio dell’anima, che fa dell’Autore un poeta delle emozioni dell’anima.
Dove il verso è più semplice, più piano, più attenuato fino a farsi modo poetico sommesso, Giovanni Lantino raggiunge i suoi effetti più intensi, dandoci una poesia singolare, di notevole perspicuità psicologica con “Il suonatore di contrabbasso”, tipo riservato posato celato. Tutti i musicisti si muovono freneticamente, trascinati dal ritmo della musica. Il suonatore di contrabbasso, impassibile, rimane quasi immobile e avvinghiato al suo strumento, lo accarezza con le dita come se si trattasse di una donna (la forma del contrabbasso richiama molto il corpo femminile). Pur nella sua staticità è lui a dare il tempo agli altri, con il suono quasi impercettibile delle corde, ma così importante per la ritmica del trio, senza il quale niente nell’improvvisazione jazzistica è lo stesso.
L’immagine è una metafora di quello che accade nella vita. Spesso non sono le cose più appariscenti o le persone che si mettono in primo piano a risultare indispensabili, ma quelle che stanno in disparte, che non si mettono in mostra, che agiscono, che rimangono attaccate alle cose semplici, essenziali e le rendono importanti. Proprio come il suonatore di contrabbasso, che, con il suo strumento e il suo suono, regola tutto e lo rende armonia.

Antonio Cammarana

Il suonatore di contrabbasso
E’ un tipo discreto,
sta sempre dietro
e non si agita troppo.
Nascosto nell’ombra
dà il tempo
e non è poco.
S’aggrappa allo strumento
come fosse la vita,
gli vibra tra le mani
come donna amata,
versando note
perdute in un istante
e mai dimenticate.

Giovanni Lantino

Il tempo e la memoria: mappe e documenti sulla presenza dei tedeschi ad Acate nel 1943

Il tempo e la memoria Cammarana
Il territorio di Acate – Antica Biscari è un grande quaderno che fornisce sempre ulteriori appunti allo storico per una nuova e più dettagliata ricostruzione di fatti episodi avvenimenti del biennio 1943/1945.
Su questa strada difficile e impervia, ma senza dubbio affascinante, come ogni ambito di ricerca che richieda abnegazione ed impegno costante, si sono posti nel tempo diversi ricercatori.
Tra costoro Ignazio Albani, Domenico Anfora, Andrea Augello, Fabrizio Carloni, Gianfranco Ciriacono, Salvatore Cultraro, Emanuele Ferrera, Gaetano Masaracchio, Piero Occhipinti, Stefano Pepi, lo Scrivente.
Stefano Pepi, tenace ricercatore di materiale storico, è venuto ultimamente in possesso di una cartina dell’istituto Geografico Militare, riferentesi ad una parte del territorio compreso tra Acate e Vittoria, Comiso e Caltagirone, che ha attirato subito la mia attenzione e per la quale abbiamo chiesto la consulenza dell’ingegnere Fedele Ferlante.
Nella mappa, che ritengo molto particolareggiata, perché si possono
leggere gli appezzamenti di terreno, le strade comunali provinciali statali, le case rurali cadenti e in buone condizioni, le trazzere regie e
repubblicane, è messo in rilievo, in prossimità dello stradale Acate-Vittoria, un dettaglio che ha richiamato alla memoria un cruento episodio di guerra, di cui mi ero occupato quest’anno e che è stato attenzionato a livello mondiale, che ha attirato parecchi ricercatori e che ha come titolo “Quel caseggiato rurale di contrada Casazza testimone della storia che abbiamo visto con i nostri occhi”.

Hauptman Paulus
Oltre alla mappa, Stefano Pepi è entrato in possesso di un altro documento di notevole rilevanza e validità storica riguardante il Battaglione di Ricognizione della Panzer Division Hermann Goering (Aufklarungs-Abteilung 1 Hermann Goering) agli ordini del Capitano Hauptmann Paulus, dislocato a Caltagirone presso il Comando di Divisione e che, nei giorni precedenti il 10 luglio 1943, si trovava tra Acate e Vittoria con campo nelle contrade Baucino e Casazza.
Si tratta, forse, della formazione militare tedesca che, nella notte tra il 9 e il 10 luglio, ingaggiò un duro scontro a fuoco con i paracadutisti americani, il cui aereo C47 Dakota, colpito da “Fire Friend” (Fuoco Amico) precipitò in prossimità del caseggiato rurale di contrada Casazza a ridosso dello stradale Acate-Vittoria?
Il documento trovato da Stefano Pepi lo fa supporre, perché in contrada Casazza non c’erano altri militari tedeschi oltre quelli del Comandante Hauptmann Paulus, che alcuni giorni prima dello sbarco Anglo-Americano avevano pattugliato il territorio compreso tra Acate-Vittoria. L’essere in possesso della cartina dell’Istituto Geografico Militare e del documento relativo alla presenza del Battaglione di Ricognizione della Panzer Division Hermann Goering (Aufklarungs-Abteilung 1 Hermann Goering) e del capitello 504HG>179 U.S. situato all’interno del caseggiato rurale di contrada Casazza induce Stefano Pepi, Domenico Anfora, Giovanni Iacono e me a recarci ancora una volta sul posto e a visitare il Pilone o Edicola Votiva eretto a San Patrizio a memoria dei caduti americani.
Il caldo è opprimente non essendoci alito alcuno di vento, è un caldo afoso umido appiccicaticcio che incolla i pur leggeri indumenti al nostro corpo. La vegetazione è molto diversa da come la lasciammo-verde e vegeta, anche se spontanea e selvaggia – quest’inverno. L’erba è alta e secca e di colore giallo oro, punte di spighe di falso grano s’infilano nei nostri calzini, provocando fastidiose anche se inoffensive punture. Eppure Stefano Pepi, Domenico Anfora, Giovanni Iacono e io camminiamo ancora in questo luogo, calpestando fantasmi di orme di scarponi militari tedeschi e americani, che, oltre settant’anni addietro, aderirono pesantemente al terreno, mentre verdi lucertole si rosolano al sole indifferenti della nostra presenza, interminabili fila di laboriose formiche con granelli in bocca spariscono in piccolissimi concavi avvallamenti per riapparire più avanti su lievi rialzi del terreno e il nero coleottero stercorario – quasi facendosi beffe di noi – lascia una sottile riga e una minuscola pallottola di cacca tra l’erba secca e la terra riarsa.
Le acque della spiaggia di Macconi, che già intravedemmo quest’inverno e visibili come nel lontano 1943, mandano sempre un continuo stupefacente scintillìo; Monte Calvo ci osserva senza farci arrivare granate americane di Cannoni e di Carri Armati; l’Etna ha la cima questa volta sgombra di neve; la Chiesa della Matrice di Acate continua come da sempre, a fare le corna al visitatore e all’osservatore inducendolo a un bonario sorriso; l’aeroporto di Comiso, risorto a nuova vita ha il nome di Pio La Torre, ritenuto dai politici non solo moderno democratico progressista, ma anche più aderente e consono alla realtà della Sicilia del 2000, lasciando nell’oblio quello del Generale Vincenzo Magliocco della Brigata Aerea della Regia Aeronautica.

Mappa Acate contrada Cassazza
Ma a noi, che siamo ritornati in questo luogo con il semplice desiderio di visitarlo una volta ancora, ci avvince e ci avvinghia sempre più il silenzio, un silenzio metafisico che lo circonda e lo avvolge, proprio di una terra che sembra avere fatto dell’assenza di ogni rumore il proprio emblema, molto simile in questo ai cimiteri di campagna della vecchia Inghilterra. Come non ricordare “Elegy written in a Country Churchyard ” (Elegia scritta in un cimitero di campagna) del preromantico Thomas Gray? Il tempo logora la memoria nei confronti dei militari morti in guerra, mentre l’alterna fortuna delle idee politiche induce spesso gli uomini a oltraggiarne o a dimenticarne le tombe e i nomi. Ma, di fronte a questo Pilone o Edicola Votiva a San Patrizio, noi sentiamo il dovere civile e il bisogno umano di inchinarci ancora una volta, così come ci inchiniamo di fronte ai nostri morti italiani e ai morti dei nostri alleati tedeschi del secondo conflitto mondiale. Senza per questo condannare coloro che, per opposte ragioni e forti di una libera scelta ideologica, dissero si al Comitato di Liberazione Nazionale o alla Repubblica Sociale Italiana e che combatterono e morirono per le idee in cui credevano allo scopo di risollevare il nome dell’Italia dall’abisso in cui era caduto.
Dopo il tradimento del re?
Non tocca a noi stabilire se quello del re fu un tradimento o un atto
necessario, ma allo storico, quando diversi lustri saranno trascorsi dal già lontano 8 settembre 1943, e lo storico vaglierà il fatto dopo averlo sfrondato dalle passioni politiche che spingono ad esacerbate valutazioni e a verità, spesso assurde.
Visibilmente commossi, lasciamo sia l’Edicola votiva sia il caseggiato rurale, raggiungiamo lo stradale Acate-Vittoria proprio in un momento in cui il nostro animo non è turbato dal passaggio di macchine o da altri rumori. E passo dopo passo ci facciamo assorbire dalla vita quotidiana della comunità del mondo nuovo nato dalla seconda guerra mondiale.

Antonio Cammarana

Saro, una pagina critico-letteraria.

Saro Violante Gasparino
Dopo aver letto “All’ombra della vita”, che ha come sottotitolo “Abitanti di un mondo diverso” di Maria Teresa Carrubba, mi sono convinto di trovarmi di fronte ad un testo che si colloca tra il saggio storico, la narrativa d’ambiente, la moralità leggendaria, la memoria in parte (minima) propria, in parte (massima) d’altri. Un testo che presenta i vari personaggi in modo ora descrittivo e umano (Tura ), ora prolisso e sanguigno (Storia di Nina), ora sintetico e conciso (Saro), ora espositivo e compassionevole (Il caro, bizzarro Nené), ora insolito ed eccentrico (Titta, filosofo solitario).
Il personaggio più interessante mi è sembrato ” Saro”, battezzato dal paese ” Saro dalla gamba storta”: piccolo di statura, animo semplice e puro, mai invadente, abitante del Convento dei Cappuccini, sposo della miseria. Ebbe come unico compagno un jò-jò, che teneva in mano e da cui non si separava mai, trascorse tutti i suoi giorni senza fare rumore e in silenzio uscì di scena.
“Saro” completa la piccola galleria dei personaggi anche anonimi, che
affollano il mondo diverso descritto in ” All’ombra della vita” con un’arte che trae dalla quotidianità – che non appartiene a nessuna scala sociale – una realtà di sentimenti genuini e puri. Maria Teresa Carrubba ci ha restituito la memoria del personaggio di “Saro”.
“Saro” ci insegna la discrezione, la non intromissione, la vita possibile, il palcoscenico silenzioso, l’infanzia che non conosce la maturità, il coraggioso totale rifiuto della società quale è di fatto.
Se mai ” Saro” ha realmente vissuto la sua vita così come racconta Maria Teresa, la sua è stata un’esistenza felice anche nell’indigenza e coerente con la scelta coraggiosa che l’ha determinata.
Con la presentazione di “Saro” e degli altri personaggi Maria Teresa Carrubba tocca, con fine sensibilità, la realtà umana e si avvicina alla realtà letteraria, testimoniando, infine, un concreto travaglio di formazione verso un’arte personale e originale.
Ma già di Maria Teresa Carrubba avevamo apprezzato le pagine de “Il cuore delle donne, il cuore di mia madre”, racconto che ci aveva portati in un mondo antico e sincero, ingenuo e privo di malizia e di cattiveria, il cui personaggio più riuscito è “Razzudda”.
Quando l’autrice, facendo leva sulla memoria (la memoria personale e lontana), si abbandona alla trascrizione dei sentimenti, che via via affiorano nel corso della narrazione, proprio allora scopriamo la ricchezza della sua umanità nelle parole che riesce a trovare per “Razzudda”, il personaggio più originale e commovente del racconto.
“Razzudda” è una figura di forte letterario valore; è creata con tocco
rapido e sicuro; cattura la nostra attenzione e simpatia con la sua autistica solitudine e con la sua incontaminata innocenza di donna–bambina.

Antonio Cammarana

Sogno

Sogno
Ora che le foglie dell’albero della vita cominciano ad ingiallire, un ricordo dolceamaro mi spinge a volgere lo sguardo al tempo in cui giocavo e correvo in prossimità dei palmenti, fermandomi a guardare i pigiatori che pestavano, dentro i tini di legno e di pietra, l’uva onesta disonesta o puttanella con i piedi scalzi; al tempo in cui riempivo le narici e i polmoni dell’odore asprigno dei grappoli caduti per terra e calpestati dai carrettieri e dai passanti; al tempo in cui sfidavo con infantile temerarietà i pungiglioni delle api, che scendevano come aeroplani in picchiata sulle ceste e sui corbelli lungo le strade della vendemmia.

Fu proprio in uno di quei giorni che io, Ignazio, ancora bambino, vidi per la prima volta raffigurata Ofelia, personaggio femminile della tragedia “Amleto” di William Shakespeare, in una tela di autore ignoto, che il padrino di Cresima aveva portato dalla Francia e che rappresentava la tragica e romantica morte della nobile fanciulla danese.
Quante volte guardai Ofelia in quel quadro! Quando il mio padrino mi portava a pranzo nella sua casa giardino stile Douce France; quando terminavo di fare i compiti nel piccolo tavolo adorno di un bruno tappeto d’Oriente, che dava un tono di grazia decorosa garbata e fine alla stanzetta che faceva da studio da salotto da ingresso; quando mi fermavo a cenare nel suo giardino alle luci delle stelle o del lume a petrolio.
Quante volte, sognai Ofelia casta e pura caduta e annegata nelle acque del fiume, dove il suo corpo riposa e leggero fluttua, accarezzato dalle ninfee!
Quante volte, in un libro di racconti sui paesi nordici di proprietà del mio padrino, lessi: “Ofelia è il nome portato dal vento, la goccia d’acqua che scende dal vetro della finestra, il rumore dei passi della strada, il fruscio della veste che passa vicino. Ofelia è l’amore d’infanzia, il battito del cuore, la lacrima sulla guancia del fanciullo che sogna il fiore mai visto prima. Ofelia è l’anfratto oscuro della memoria, la nebulosa fluttuante sopra le acque, il velo che cela il pallido riflesso del volto che si svela e non si svela”.
E quante altre volte, il mio padrino, tra un sorriso ironico e una battuta pungente, il cui significato compresi dopo, mi disse che certamente, un giorno, avrei incontrato un’Ofelia e che la sua bellezza mi avrebbe scioccato!

Per questo incontro io vissi e dolce fu per me l’attesa. Trascorsero giorni mesi anni. Io mi lasciai alle spalle la Scuola Elementare, la Scuola Media, l’Istituto Superiore e le parole del mio padrino.
Fu in un pomeriggio che, tornando a casa dall’Università contento per il voto preso nell’esame di Storia Medievale, sentii pronunciare il nome di Ofelia.
Dopo un lungo istante d’incredula meraviglia, mi girai per guardare la fanciulla tanto sognata e desiderata per anni. I libri mi caddero dalle mani, la vista mi si annebbiò, credetti di svenire, la mia mente smarrendosi inesorabilmente. Davanti a me stava una creatura di rara bruttezza, più vicina ad un ranocchio che ad un essere umano, affiancata da una donna bassa di statura e tozza di corpo, che derideva, con malcelato sarcasmo, tutti gli uomini che si erano avvicinati ad Ofelia per conoscerla, attratti dalla bellezza del nome, ma scappati per le sue sgraziate fattezze e per il roco e stridulo suono della voce.
Arrivai a casa, mi buttai sul letto e pensai allo scherzo di un diavoletto burlone, che si era preso gioco della mia vista e del mio udito, mettendomi davanti un essere che niente aveva a che fare con la vergine di Danimarca che, per tante notti, aveva costituito il soggetto del mio fantasticare e l’oggetto dei miei sogni più arditi.
Mi chiusi in me stesso, mi discostai dalla vita di ogni giorno. Con la paura, soprattutto, d’incontrare per la seconda volta quel corpo che la natura aveva così tanto deturpato. Per sfatare quelle sembianze deformi con pennelli e colori iniziai a dipingere volti, che assomigliassero sempre più all’Ofelia vista nella tela del mio padrino di Cresima e all’Ofelia dei miei sogni. Ma per quanti disegni e dipinti facessi, io non riuscii, però, nel mio intento. La donna ranocchio incontrata un giorno per strada non solo continuò ad essere sempre presente nei miei pensieri, ma continuò ad esserlo anche nei miei disegni e nei miei dipinti.

La mia barba e i miei capelli si facevano grigi e poi bianchi, il mio corpo invecchiava e s’indeboliva ed io cominciai ad ironizzare amaramente del mio destino non benevolo.
Trovai la forza di non disegnare, né dipingere più quel volto grottesco di donna che, in un giorno ormai lontano, avevo incontrato per strada e aveva sconvolto la mia esistenza.
Incominciai a viaggiare da un paese all’altro e in uno di questi viaggi ebbi la fortuna di vendere tutti i miei disegni e i miei dipinti a un mercante di opere d’arte conosciuto alla Fiera di Francoforte, più per liberarmi dall’ingombro di fogli e di tele diventati ormai l’ossessione della mia vita, che per ricavarne un utile in denaro.

I miei giorni volgevano alla fine quando venni a sapere che i miei disegni e i miei dipinti erano molto apprezzati e considerati capolavori universali.
Era stato il caso a volere che fossi proprio io ad incontrare Ofelia per strada, in quel lontano giorno della mia giovinezza e che, con la sofferenza di tanti anni, riscattassi e volgessi la sua bruttezza in opera d’arte duratura?

Mentre racconto i miei accadimenti lontani ai pochi parenti che vengono a farmi visita e a questo mio nipote che continua a scrivere pagine della mia vita, penso davvero che , nel destino di ognuno di noi, ci sia qualcosa d’imperscrutabile, che si frappone tra il nostro presente e il nostro futuro e condiziona pesantemente l’ulteriore corso della nostra esistenza.
Per me fu Ofelia, anzi furono tre Ofelia: quella della tela del mio padrino, quella sognata in tante ore del giorno e della notte, quella incontrata per strada.
Ma ora che una luce sempre più intensa comincia a chiamarmi dall’Alto ed io sento di essere più anima che corpo, le tre Ofelia diventano una sola Ofelia, sintesi ultima di lontanissime sovrapposte e sfumate memorie di un sogno fattosi nel tempo dolce amaro, la cui lunga dolente esperienza, in questi ultimi istanti della mia tarda età, si placa nel ricordo nostalgico che precede il mio trapasso.

Antonio Cammarana

“Poesia”, memoria a due voci

poesia
Prima voce

L’albero di gelsi bianchi, il tavolo di marmo grigio, il cielo azzurro, il sole giallo, la suora vestita di blu, che parla ai bambini di piante di animali di uomini di Dio, il cane dal muso lungo. Ignazio guarda e ascolta.

La suora si allontana, i bambini si sfrenano, Ignazio sale sull’albero di gelsi, il cielo è ancora azzurro, giallo è il sole, saltella il cane.

Grida e strepita la suora contro Ignazio, i bambini impauriti ritornano al tavolo di marmo, il sole si fa pallido, opaco diventa il cielo, si agita il cane.

La suora è con la verga in mano, i bambini tremano, il sole è livido, fosco è il cielo, ringhia il cane.

Le mani di Ignazio sopra il tavolo. Un colpo di verga, un grido; un colpo di verga, un grido; un colpo di verga, un grido; la suora si allontana, Ignazio piange, i bambini scappano, il sole muore, s’incupisce il cielo, abbaia il cane.
. . .
Bussano alla porta, la madre apre, minuto e rubizzo il calzolaio porge le scarpe, riceve due lire e un bicchiere di vino, si allontana sotto la pioggia.
Ignazio sorride.
. . .
La nonna copre il nipote con la mantella, dono e ricordo del passaggio americano in paese, porta il nipote dalla zia: c’è buon odore di minestra nella casa e apparecchiata è la tavola. Ignazio si rallegra.
. . .
Zio siede all’ombra della dispensa, lamelle di canne intreccia a verghe di ulivo, canta una canzone del tempo di guerra, il panaro nasce dalle sue abili mani.
Ignazio osserva.
. . .
La lunga tromba del banditore, l’uomo dritto su gambe di legno, le giostre, i balocchi, il tiro a segno, occhi di bambini vanamente desiosi guardano l’angolo dei giocattoli rotti.
Ignazio è triste.
. . .
Le strade di polvere, gli asini i muli i cavalli fermi davanti al portone del palmento con i sacchi di mandorle di carrube di olive. La paura della fame si allontana.
Ignazio gioisce.
. . .
Le api i grilli i calabroni gli uccelli, i carri sotto i lunghi rami a ombrello dei carrubi, i contadini nei solchi dietro gli aratri. Un cavallo cade nella terra riarsa dal sole.
Ignazio si avvicina all’animale morente.
. . .
Rumore di campanaccio al collo della mucca bianca seguita dal vitellino nero, che la mammella rosa della madre contende alla mano del vaccaro, mentre si appresta a mungerla.
Il buon latte caldo bevono Ignazio e i bambini del quartiere del Collegio di Santa Maria. Intanto la suora batte la campana che annuncia l’arrivo delle orazioni della sera.
. . .
Le donne piangono, gli uomini ricordano il nonno morto in grazia di Dio sul letto grande, dopo il lamento notturno del gufo. I ceri i lumini le candele e un lume di creta ad olio fanno luce nella stanza buia. Ignazio è triste, ma non piange: sa che l’anima del nonno è andata ad abitare nella stella, che brilla di più nel cielo.

Seconda voce

Io vidi l’albero di gelsi bianchi; la suora che puniva Ignazio con la verga; i bambini tremanti che scappavano; il calzolaio che porgeva le scarpe; la nonna con Ignazio sotto la mantella; lo zio che faceva il panaro; i venditori di pupi, di carrettini, di cavallucci; gli asini, i muli, i cavalli, i sacchi ripieni di mandorle, di carrube, di olive; le api e i grilli, i calabroni e gli uccelli; i contadini, gli aratri, il cavallo morente; il nonno sul letto grande.
Tutte queste cose io vidi. E ancora ragazzi, un giorno pensierosi e tristi, un giorno sorridenti e allegri; seri, spesso, come vecchi di tant’anni; felici, a volte, come bambini di pochi mesi.
Tutte queste cose io ricordo di un tempo: si parlava si viveva si giocava con le trottole, a trinca, a nascondino nelle strade di polvere; si cercavano scarafaggi e suffizzi dentro le asciutte tinozze dei diroccati palmenti; si prendevano con le dita della mano neri e gialli calabroni per farne, con lunghi fili di cotone, esili aquiloni, che volteggiavano nell’aria assieme alle più belle illusioni, che nessun colpo di vento riuscì mai a fare cadere a terra, uccidendoli, ma solo a strattonare e a ferire; si beveva il latte appena munto dalla mammella della vacca. E noi continuammo a sognare un lavoro anche umile faticoso duro, che fosse dignità e pane e non miserabile vergogna; si fantasticava sulla morte, accanto ai genitori, senza capire mai chi fosse la signora vestita di nero, che entrava nelle case, senza essere invitata, a portare lutti e rovine.
. . .
Ora che io non esco di casa; ora che io rimango nello studio a leggere e a scrivere; io ho memoria di rumori di suoni di voci del tempo e dello spazio che furono propri di Ignazio. Essi svegliano nell’anima la ricerca della parola magica che dorme nel cuore delle cose; l’anelito del verso malinconicamente amaro, preludio misterioso di arcana poesia.

Antonio Cammarana

“Fiaba d’inverno”, la poesia di Antonio Cammarana con il commento di Salvatore Cultraro

Fiaba d'inverno
Fiaba d’inverno

Io non so perché
un sonno di morte
l’animo mio sorprende.
La sera è fredda,
il cielo oscuro,
deserta la strada
per dove solitario
cammino.

Un brivido di gelo
percorre il mio corpo,
un diffuso malessere
s’approssima al cuore,
una dolce malinconia
invade i miei pensieri:
io lontane sequenze
di una fiaba antica
ricordo.

Silenziosa e discreta
una donna appare e scompare,
con gli occhi parla,
scaldandomi il cuore.

Io non so più quanti inverni
la vidi apparire e svanire,
con gli occhi parlare,
innamorata contando
la mia fiaba d’inverno.
Io non so perché
non porsi la mano.

Nella sera fredda,
sotto il cielo oscuro,
sulla strada deserta
solitario viandante
io cammino.
La piaga nel cuore
accarezzano ancora
le note maliose
di una fiaba lontana.

Antonio Cammarana

“Fiaba d’inverno”, la lirica con cui si apre la silloge “Fiaba d’inverno e altre poesie” di Antonio Cammarana, è il canto che dà voce all’attimo di consonanza, di rispondenza e di armonia tra il viandante e la sua sconfinata malinconia della lontananza e della solitudine.
La magia di quell’attimo è creata dall’introiezione di un io che, nello stesso tempo, è personaggio e autore della trama, dei fatti, dei sentimenti; e che traduce, in parole, la natura musicale dei versi mediante la ripresa della figura più arcana del Classicismo e del Romanticismo : la Sehnsucht, la tendenza dell’animo umano verso una irrealtà più fascinosa della realtà, ossia verso quella nostalgica aspirazione a ciò che possiamo raggiungere soltanto con la fantasia, con l’immaginazione e con il sogno.

Salvatore Cultraro

 

 

Prima Guerra Mondiale. Perchè fu ucciso Francesco Ferdinando?

Corriere Sera Arciduca Sarajevo
L’arciduca Francesco Ferdinando, nipote dell’imperatore Francesco Giuseppe e designato erede al trono d’Austria-Ungheria, in occasione della sua visita a Sarajevo, in Bosnia, il 28 giugno 1914, venne assassinato da un giovane studente serbo, Gavrilo Princip, che faceva parte di un “gruppo di fuoco” – in tutto sette attentatori, armati di rivoltelle e di bombe a mano – affiliato all’Associazione “Giovane Bosnia”, che poteva contare sull’appoggio di ufficiali serbi.
Perché questo assassinio, in cui perdette la vita pure la moglie dell’arciduca d’Austria-Ungheria?
A cento anni di distanza dallo scoppio della “Grande Guerra” o Prima Guerra Mondiale lo storico scrive sia sulla scorta di una valida e solida documentazione, sia per una oggettiva esposizione dei fatti in cui le parole hanno anche la funzione di scrostare contenuti da calcinacci di comodo legati a tempi e ideologie ormai obsoleti.
Francesco Ferdinando era ritenuto un elemento pericoloso sia all’interno della compagine dell’impero austro-ungarico, sia all’esterno di essa. Perché era il “sostenitore convinto del sistema trialistico, secondo il quale si sarebbero dovuti associare gli Slavi agli Austriaci e agli Ungheresi nel governo dell’Impero”(Morghen).
Nel sistema trialistico, portato avanti da Francesco Ferdinando, la Croazia, la Dalmazia, la Slavonia e la Bosnia avrebbero dovuto essere riunite come Terzo Stato(slavo) autonomo e alla pari(cioè equiparato costituzionalmente) con l’Austria e l’Ungheria, sotto la corona degli Asburgo, che sarebbe venuta così a fondarsi su tre gruppi etnici(Tedeschi, Magiari, Slavi).
Ricevendo, in questo modo, la stessa dignità e la stessa rappresentanza, gli stessi diritti e gli stessi doveri, degli Austriaci e degli Ungheresi, tutte le nazionalità presenti all’interno dei confini dell’Impero avrebbero contribuito a cementare e a rendere unitaria e indissolubile quella che si sarebbe presentata come una compagine federale(e supernazionale) sul modello degli Stati Uniti d’America, piuttosto che creare motivi di divisione di tensione e di dissoluzione.
A questo grande progetto di riforma del sistema vigente portato avanti dall’erede al trono si opponevano:
– l’ottantenne imperatore Francesco Giuseppe, che, nella seconda metà del milleottocento, inasprì sempre più le forme di governo autoritario e si rese sordo e cieco di fronte alle richieste paritarie dei sudditi di nazionalità non austriaca e non ungherese;
– la burocrazia imperiale, l’aristocrazia, il clero e l’esercito, che appoggiavano l’antico privilegio dell’imperatore austro-ungarico di emanare leggi durante le vacanze del Parlamento; e che concordavano per soluzioni che reprimessero, con la forza delle armi, ogni movimento di autonomia o d’indipendenza delle nazionalità slava e italiana all’interno dell’Impero;
– le Associazioni Nazionalistiche Serbe(che propugnavano la formazione di una “Grande Serbia”), le quali temevano che i Serbi i Croati gli Sloveni i Dalmati dell’Impero Austriaco, una volta accontentati nelle loro aspirazioni dalla riforma portata avanti da Francesco Ferdinando, non sentissero più la necessità di staccarsi dall’Impero austro-ungarico e di riunirsi in un unico regno balcanico di razza slava;
– l’Impero russo degli zar, che aveva stretto un patto di alleanza con la Serbia, la quale rappresentava la “Longa Manus” delle antiche aspirazioni che aveva dovuto subire, senza essere in grado di reagire militarmente, due colpi di mano da parte dell’Impero austro-ungarico: il primo, nel 1878,
al tempo del congresso di Berlino, quando gli Austriaci avevano occupato militarmente la Bosnia-Erzegovina; il secondo, nel 1908, quando gli Austriaci avevano trasformato questa occupazione militare in annessione di fatto del territorio occupato.
Quando l’Austria-Ungheria, il 23 luglio del 1914, inviò l’ultimatum alla Serbia con l’obbligo di risposta entro quarantottore, il Presidente della Repubblica Francese (Poincarè) e il Presidente del governo francese (Viviani) erano a Pietroburgo. Entrambi assicurarono allo zar l’appoggio militare della Francia, nel caso in cui l’Impero russo fosse accorso in difesa della Serbia invasa dagli Austriaci.
L’Europa prese fuoco nel giro di pochi giorni e questo fatto dimostra che nessuno degli Stati europei volle buttare acqua in quell’incendio, che sarebbe diventato mondiale, per spegnerlo. Non lo fecero:
– l’Austria-Ungheria per dare una dura lezione(ma non solo) alla Serbia;
– l’Impero russo per difendere i Serbi, ma in realtà per muovere contro gli Austriaci allo scopo di realizzare le sue aspirazioni espansionistiche nei Balcani;
– l’Impero germanico per tenere fede all’alleanza con l’Austria-Ungheria, ma soprattutto per fare straripare, oltre i confini tedeschi, quello che era il più potente e disciplinato esercito d’Europa;
– la Francia per non venire meno all’alleanza con la Russia, ma principalmente per cancellare con le armi l’umiliazione subita, nel 1870, con la disastrosa sconfitta e invasione del suo territorio ad opera del Regno di Prussia(che sarebbe diventato la Germania imperiale) e per riprendersi i territori dell’Alsazia e della Lorena, che aveva dovuto cedere;
– la Gran Bretagna per difendere la neutralità del Belgio invaso dai Tedeschi, ma per salvaguardare, in primo luogo, il suo predominio su tutti i mari, che considerava indiscutibile.
E l’Italia?
Tante volte, nel corso dei miei anni d’insegnamento(Anni Settanta e Ottanta del secolo scorso), feci mia, e condivisi con i miei alunni di Scuola Media e degli Istituti superiori, una intelligentissima frase dello storico Raffaello Morghen: “Come al solito, l’Italia era rimasta sorpresa dagli avvenimenti europei dell’estate del 1914”.
E, nella condizione di dovere prendere gravi decisioni, il 2 Agosto del
1914 dichiarò la sua neutralità.
L’avesse mantenuta per tutta la durata della guerra! Quante rovine e lutti avrebbe evitato agli Italiani!
Le gravi decisioni, che prese in seguito, la portarono scendere in guerra il 24 maggio del 1915, a combattere contro gli antichi alleati tedeschi e austro- ungarici, schierandosi a fianco dei francesi degli inglesi e dei russi.
Facendo conoscere a centinaia di migliaia di fanti e a decine di migliaia di sottoufficiali e ufficiali fango pulci pidocchi, densa e appiccicosa melma, epidemie di tifo, filo spinato trincee camminamenti, attacchi e contrattacchi, tempeste di granate, gas venefici, lamenti di uomini, monconi di braccia e di gambe, brandelli macabri di carne e di ossa, orrende mutilazioni, crani trapassati, frammenti di divise, carcasse di cavalli di buoi di pecore e di capre, la natura deturpata e la terra di nessuno che separa il nemico inglese o francese o russo o italiano o americano dal nemico tedesco o austro-ungarico.
Ma dalle macerie e dai bagni di sangue delle vittorie e delle sconfitte scaturirono i capolavori del pensiero universale a testimonianza di una criminale follia distruttiva, sia da parte delle forze dell’Intesa, sia da parte delle forze degli Imperi Centrali, dispiegatasi per diversi anni e non solo nel continente europeo:
– Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque;
– Un anno sull’altopiano di Emilio Lussu;
– La rivolta dei Santi maledetti di Curzio Malaparte;
– Giorni di guerra di Giovanni Comisso;
– La commedia di Charleroy di Drieu La Rochelle;
– Orizzonti di gloria di Humphrey Cobb ;
– Addio alle armi di Ernest Hemingway.
E, al di sopra di tutto, gli immortali versi dell’uomo ancora vivo e tutto intero; l’uomo che è carne sangue ossa, mente sentimento pensiero: l’umile fante Giuseppe Ungaretti, che ha trascorso la notte nella trincea e che – guardando il cielo lontano sopra di lui, nell’espansione e interiorizzazione della luce del mattino, rasserenatrice e liberatrice – alla fine del lungo dormiveglia e degli opprimenti incubi di morte, che hanno popolato e sconvolto il suo animo, anche per un attimo solo può dire una volta ancora: M’illumino D’immenso.

Antonio Cammarana

Quel caseggiato di Contrada Casazza testimone della storia che vedemmo con i nostri occhi

Antonio Cammarana

Verso la fine degli Anni Cinquanta, ogni mattina, assieme a tanti ragazzi e ragazze della mia età, con l’autobus dell’AST, che da Acate ci portava a Vittoria, raggiungevo la Scuola Media Statale “Vittoria Colonna”.

Contrada Casazza Acate 1
Appena un chilometro oltre il centro abitato, in contrada Casazza, alla mia destra, vedevo una trazzera che recava a un complesso di case rurali, di cui si scorgevano le tegole dei tetti e parte delle mura. Proprio all’inizio del sentiero di campagna c’era una struttura a forma di piramide d’imprecisato materiale, che poggiava su quattro grossi tubi di ferro e che aveva al suo vertice una croce.

Contrada Casazza Acate 2
Per otto anni di seguito, tranne le domeniche e i giorni di vacanza, vidi, due volte al giorno, questa scheletrica ed enigmatica costruzione, immaginando spesso che fosse un posto di guardia per consentire o vietare l’accesso al casale; per otto anni di seguito, almeno una o due volte la settimana, sentii la voce del bigliettaio dell’autobus dire al collega conduttore di fermare il mezzo per fare salire o scendere diverse persone che andavano o venivano da lì. Dopo le Medie e le Superiori non salii più sul mezzo pubblico per Vittoria, gli studi universitari mi portarono a Catania, l’insegnamento mi catapultò in Piemonte a Chieri, a Beinasco, a Carmagnola, a Torino. Non dimenticai però la piramide con la croce, né la trazzera che portava al caseggiato di campagna, che rividi quando, tornato nella mia terra di Sicilia, in macchina da Acate-antica Biscari mi recavo a Vittoria. Nel giugno del 2013, l’amico Stefano Pepi mi fece dono del volume “Obiettivo Biscari” sullo sbarco anglo americano in Sicilia del luglio 1943, scritto assieme a Domenico Anfora e con la Prefazione di Giovanni Iacono per la Casa Editrice Mursia di Milano. L’introduzione al testo, firmata dai due Autori, mi fece tornare indietro nel tempo ai miei undici anni, allorquando in autobus passavo in Contrada Casazza e vedevo la piramide e la grande costruzione. Dopo la presentazione del libro alla Società Operaia di Mutuo Soccorso “Giuseppe Garibaldi” del mio Paese, chiesi a Stefano di poter visitare il terreno e il fabbricato, chiamato Case Paternò di Contrada Casazza, da qualche anno acquistati dai suoi genitori. Fu in un pomeriggio di febbraio del 2014 che Stefano Pepi, Domenico Anfora, Giovanni Iacono e io raggiungemmo il posto. Così vidi da vicino quello che ritengo un monumento alla memoria eretto sia dai proprietari e dai contadini del luogo, sia dai soldati americani che da Vittoria (la prima città della Sicilia che si arrese agli Alleati) avanzavano verso Acate:
quattro grossi pali di ferro ormai arrugginiti – uno di essi corroso in tutta la parte mediana – sorreggono la cupola a piramide al cui vertice sta una croce ricavata da tubi di alluminio con otto buchi, quattro in orizzontale e quattro in verticale. Dalle testimonianze rilasciate dai proprietari a Stefano e ai suoi familiari attraverso i fori era avvitato alla croce un simbolo religioso celtico irlandese. Sotto la tettoia a forma piramidale, per molti anni, ci fu una statua di pietra raffigurante San Patrizio, protettore dell’Irlanda e degli americani di origine irlandese. Alla base dei quattro lati di questa copertura ci sono dei perni, che sorreggevano strutture contenenti vasi per fiori. E questo spiega, secondo quanto mi dice Stefano, il pellegrinaggio di persone del posto che, per anni, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, continuarono a portare mazzi di fiori. Siamo nel territorio di Vittoria, ci troviamo ad appena un chilometro sia da Acate, sia da Monte Calvo. I militari tedeschi, che erano stanziati nel caseggiato, nell’imminenza dell’invasione anglo-americana della Sicilia, avevano in dotazione una batteria antiaerea, oltre all’armamento tipo di un avamposto germanico in zona di guerra. Il luogo era stato scelto in base alla sua posizione strategica, che consentiva ai tedeschi di controllare Acate, Comiso e il suo aeroporto, il litorale di Macconi fino alla foce del fiume Dirillo e Monte Calvo.
Ci avviciniamo Pepi, Anfora, Iacono ed io al rustico, che copre un’area di tremila metri quadrati e che si presenta subito, ora che vi siamo vicini, come un antico casale fortificato a forma di ferro di cavallo con palazzo padronale o pars dominica, corte interna con pozzo per l’acqua, palmenti per la raccolta delle uve e delle olive da trasformare in loco in vino e in olio, magazzini per il frumento e altri prodotti della terra, stalle per gli animali, laboratori con i principali mestieri per produrre strumenti di lavoro e manufatti della vita quotidiana. Insomma una curtis vera e propria, non medioevale, ma moderna, con sistema economico chiuso e aperto, in cui si produceva ciò che era necessario per il consumo interno e per gli scambi con l’esterno.

Contrada Casazza Acate 3
La corte interna o baglio ha una struttura quadrangolare, in parte saccheggiata da ignoti visitatori diurni e notturni. Immediatamente alla sinistra della scala di pietra, che permette di accedere alla parte padronale, troviamo un capitello con la scritta 1765 VO I> 46. In un altro capitello non molto distante dal primo, un’altra scritta <<904 HG> 179° U.S.>>.

Contrada Casazza Acate 4
Nel 1943, il 10 luglio, un aereo americano con paracadutisti, di cui molti feriti, colpito dal fuoco proveniente da navi amiche, precipitò a cento metri dall’ingresso del caseggiato. Come se fossero caduti vicino ad una fossa di leoni o ad una tana di lupi, i paracadutisti diventarono bersaglio della batteria tedesca. I soldati e gli ufficiali dello zio Sam, che riuscirono ad uscire dal velivolo, risposero al fuoco nemico, ingaggiando una dura battaglia, anche se alla fine morirono tutti.

Contrada Casazza Acate 5
Ancora oggi è possibile trovare rottami dell’aereo, bossoli di mitragliatrici e di K98 MAUSER tedeschi, nonché bossoli e proiettili di Garand americani.
Tutto quello che era in dotazione dei militari statunitensi: cassette, stoffe di paracadute, taniche, borracce, mitra, fucili, baionette, bombe a mano vennero trafugati o trasformati dai contadini e dai proprietari del luogo in oggetti d’uso personale casalingo e campagnolo.
Pepi, Anfora, Iacono ed io lasciamo lo spazio chiuso, ancora una volta
facciamo il giro di tutto il complesso di Case Paternò. Comiso è davanti a noi con il suo aeroporto; alla sua sinistra vedo, in tutta la sua magnificenza e possanza, il vulcano dell’Etna imbiancato di candida neve; Acate con la sua Chiesa Madre e i suoi campanili, che da sempre fanno corna beffarde al visitatore, ed il cinquecentesco Castello dei Principi di Biscari; ed ancora le acque luccicanti della marina di Macconi e l’altura di Monte Calvo, da dove gli americani, che provenivano da Vittoria, cannoneggiarono per l’ultima volta Acate, ormai abbandonata dalle truppe italo-tedesche in ritirata; e da cui si mossero, per salvare il paese dal fuoco statunitense, “il profugo d’Africa, cav. Luigi Fidone, discreto conoscitore della lingua inglese; il calzolaio Giovanni Gallo; il giovane sacerdote Biagio Mezzasalma”.
Esterna ed indipendente dalla costruzione si presenta a noi ciò che rimane della secentesca chiesetta, che doveva avere una estensione,
stando ai modesti ruderi che osserviamo, di sessanta metri quadrati e quindi capace di ospitare per le funzioni religiose la popolazione contadina e padronale del luogo.
Dalle ricerche effettuate e dalle testimonianze avute dalla famiglia Pepi la chiesetta fu abbattuta dalle batterie americane, che bombardavano Acate da Monte Calvo.
Il sole comincia a calare, nel dolce declino i suoi raggi non offendono più gli occhi, mentre permettono di osservare, in tutto il suo verde brillante di questo inverno piovosissimo, l’erba di tutta la campagna circostante. Pepi, Anfora e Iacono sono visibilmente soddisfatti di avermi fatto visitare questo luogo, che fu teatro di un cruento e sanguinoso episodio di guerra, e in cui scaturì un’accesa lite verbale tra Anfora e Pepi, che si trasformò in una solida amicizia e aprì la strada alla stesura di un testo che apporta nuovi dati e notizie sullo sbarco anglo-americano in Sicilia.
Da parte mia sono lieto di avere trascorso un pomeriggio, che ha arricchito il mio bagaglio culturale con la conoscenza di un luogo storico della Seconda Guerra Mondiale, con gli autori di “Obiettivo Biscari”. Ho calpestato un pezzo di terra da tempo figlia del silenzio, che custodisce il lontano tuono dei cannoni americani e il crepitio delle mitragliatrici tedesche, un luogo dove ancora ai fortunati visitatori potrà succedere di trovare qua e là bossoli schegge e arrugginiti rimasugli di rottami di armi e di mezzi, che furono portatori di dolore di morte di desolazione.
Mi fermo ancora a guardare la piramide e la croce con gli otto buchi, gli amici mi dicono che dovrebbero essere interessate le autorità militari statunitensi per il recupero e il restauro dell’edicola storica innalzata a San Patrizio. Io abbasso la testa, in segno di assenso, poi a parole riesco a proferire che sì, questa è la cosa più giusta da fare. L’esercito degli Stati Uniti sa onorare tutti i propri soldati in qualunque parte della terra essi combattono e muoiono. Noi, forse, lo sapremo fare in un futuro vicino o lontano, quando, sopra i morti delle nostre guerre, non sarà più buttato il fango delle ideologie politiche.

Prof. Antonio Cammarana
Via Duca D’Aosta n. 58
Tel. 0932874261 – C.A.P. 97011 Acate (RG)

Audere semper