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Ombre

Ombre
Ora che l’inverno è al suo ultimo colpo di coda; ora che della primavera avverto prossimo lo scalpiccio; ora che l’alba è vicina, ma tarda ancora a spuntare, come se alla notte volesse concedere dilazione per darle il tempo di traghettare la mia anima bambina nell’Omega del Nulla; ora… ora ora… ora ora ora sopra la lastra di marmo del comò, vicino alle immaginette dei Santi della Madonna di Gesù, vedo diverse fiammelle di lumini millantare lingue di luce, che si fanno sempre più deboli opache cenerognole; e alla destra e alla sinistra del letto, dove giaccio ammalato da giorni, stanno seduti uomini e donne d’imprecisata età dalle facce pallide e inespressive, che mi guardano in silenzio; e alle mie orecchie arriva il brusio dei cuginetti con i calzoncini alla zuava ai quali è stato comandato di non muoversi e di parlare a bassa voce. Che cosa significano le immaginette sante e i lumini accesi e gli sguardi fissi su di me degli uomini e delle donne e il suono indistinto delle parole dei cuginetti?
Fino a poche settimane addietro, io frequentavo il Collegio delle suore della S.S. Vergine Maria.
Esse mi insegnavano a stare assieme agli altri bambini, a giocare con loro senza alzare le mani, a costruire le casette con i quadratini di legno colorato, a contare da uno a dieci con il pallottoliere, a credere nell’esistenza dei Santi della Madonna di Gesù, che ci soccorrono nelle sventure e nelle malattie, se facciamo i bravi con i nostri genitori e con gli altri familiari, se diciamo ogni giorno le preghiere del mattino e della sera.
Ora la zia del cuore sussurra qualcosa all’orecchio di mia madre della madrina della nonna, poi viene presso di me. Ma essa non mi sorride come quando mi accarezzava le guance, mi lisciava i capelli, mi dava un bacio, dicendomi di avere fiducia nella vita e nei sogni.
Essa posa, sopra la mia fronte che brucia, soltanto una striscia di panno bagnato, poi inumidisce le mie labbra riarse dalla febbre e, ancora una volta, con i polpastrelli delle dita, delicatamente sfiora il mio collo e la mia gola, come se volesse fare guarire, con un gesto d’amore materno, le mucose malate delle mie prime vie respiratorie. Com’è strano!
Tutti i presenti sono vestiti di nero.
Il nero è il colore della morte, io l’ho già visto quando – assieme al babbo e alla mamma, agli zii e alle zie – sedevamo in silenzio presso i letti dei parenti morti: sembravamo un piccolo popolo di ombre, allora, guardati dall’espressione severa di antenati vicini e lontani, le cui grandi fotografie – chiuse in ovali cornici fissate in prossimità di concavi dammusi – pendevano dalle lattee pareti.
E c’erano, pure, le immaginette dei Santi della Madonna di Gesù, sopra i marmi dei comò, i lumini accesi, altri uomini donne bambini.
Alcuni sedevano in silenzio, altri piangevano sommessamente, non mancava chi singhiozzava , chi si disperava, chi parlava delle cose che la persona distesa sopra il letto aveva fatto quando era nel pieno vigore delle forze.
Ora la mia fronte e le mie mani scottano, le mie vie respiratorie si chiudono viepiù; e i miei occhi fissano intensamente i lumini e le immaginette dei Santi della Madonna di Gesù; e io prego come mi hanno insegnato le suore del Collegio della S.S. Vergine Maria; mentre mio padre e mia madre, la zia la madrina i parenti i cuginetti
diventano ombre, sempre più ombre: lunghe nere ombre di muto nero corteo, che una subdola ambigua ingannevole luce di lumini avviluppa ora davanti, ora dietro, ora tutto intorno a me.
O, ma perché nessuno piange, singhiozza, si dispera, né parla delle cose che io ho fatto quando ero nelle migliori condizioni di salute?

Antonio Cammarana

Odradek

Odradek

La madre superiora ha donato a noi bambini del collegio delle Suore di Maria che, per un mese di seguito, abbiamo fatto i bravi e abbiamo detto le preghiere del mattino e della sera, inginocchiati davanti all’altare della Vergine, un rocchetto, un elastico e due bastoncini di legno, uno corto e uno lungo, dicendoci di fare un giocattolo.
Noi bambini tenevamo in mano i tre oggetti e ci guardavamo l’un l’altro senza sapere da dove cominciare. La madre superiora, allora, ci ha sorriso bonariamente, quindi con un coltello dalla lama tagliente ha inciso le rotondità laterali del rocchetto, trasformandolo in due stelle a otto punte, ha infilato l’elastico in un foro del rocchetto, facendolo fuoriuscire dall’altro e ha fissato alle estremità dell’elastico i due bastoncini di legno, girando con un dito quello più lungo, mentre teneva fermo quello più corto. Poi ha poggiato il rocchetto per terra e questo ha cominciato a muoversi in avanti ora lentamente ora velocemente, a volte fermandosi e ripartendo nervosamente, spesso sbandando a destra e a sinistra, arrestandosi, infine, su due punte di entrambe le stelle.

Uno dopo l’altro noi bambini abbiamo accarezzato il rocchetto, l’abbiamo chiamato Odradek e, con l’aiuto della madre superiora, ne abbiamo fatto uno ciascuno.

Dopo avere detto le preghiere del mattino e della sera, facendo i bravi e con la madre superiora accanto, abbiamo giocato con Odradek un minuto un’ora un giorno un mese un anno due tre…
Odradek andava avanti nel pavimento delle stanze, urtava contro i piedi delle sedie, si fermava, aggirava l’ostacolo, ripartiva, si nascondeva dietro le poltrone e negli angoli bui dove arrivavano lamelle di luce che filtravano dalle fessure delle porte e delle finestre chiuse, saliva sulle ringhiere, scendeva gli scalini rotolando e rimettendosi in piedi, percorreva lunghi corridoi vuoti, arrivava davanti all’altare della Vergine Maria.
E, intanto, perdeva le punte delle sue due stelle, l’elastico si rompeva e si accorciava, i bastoncini si ferivano e si amputavano.
Odradek andò sempre avanti e accompagnò tutta la nostra infanzia, ma un giorno sparì dai nostri giochi, dalle nostre mani, dai nostri occhi: dalla nostra vita.
Assunse una forma strana: dapprima fu sommesso fruscìo di secca foglia che cade dal ramo, spettrale figura senza centro né periferia, orlo di deserto senza piste; dopo fu strùscio della mente, assenza, silenzio.
Infine, oblio?
Odradek è il dono all’infanzia, che non ha giocattoli.
Odradek è il nome, che i bambini danno agli anni in cui si gioca con i bottoni rotti e le strisce di stoffa incolore o dai colori vivaci; e al giocattolo, che costruiscono con le proprie mani e che non costa niente.
Odradek è l’eterna infanzia giocosa, che si lascia accarezzare, ma non irretire del tutto dall’oblio: in qualsiasi spazio, in qualsiasi tempo.
Ma, ora, io non riesco più a raccontare, chiudendo il mio quaderno di scrittura e lasciandomi scivolare sullo schienale della poltroncina a braccioli dello studio.
Essendo entrato in una situazione interiore di stanchezza e di perdita dello spirito, io torno a frugare tra la nebbia dei ricordi: in mezzo a trenini e camioncini di latta, asinelli e cavallucci di legno, pupi bambole e palle di pezza, Odradek, per un attimo, si sottrae all’oblio, facendosi catturare come scarabocchio della memoria e protocollo del nulla.
Simile a lampo di luce, che abbaglia. Nella notte buia.

Antonio Cammarana