Una lezione di storia francese

rousseau
Nel libro che ha come titolo “Le Confessioni” Gian Giacomo Rousseau (Ginevra 1712 – Ermenonville 1778) parla, con dovizia di particolari, di un incontro con un contadino francese intorno al 1780, pochi anni prima che, in Francia, scoppiasse la rivoluzione del 1789, che fece conoscere al mondo sia gli “immortali principi” di libertà uguaglianza fratellanza, sia tutto ciò che un popolo, rovinato dalle tasse e affamato da una classe dirigente impomatata imbelle e
vanesia, sapeva fare con una ghigliottina.
Il filosofo ginevrino un giorno non riuscì a ritrovare la strada maestra, dopo avere camminato a lungo in aperta campagna. Per questo motivo “stanco e morto di sete e di fame”, entrò nella casa di un contadino, “la sola che si vedesse in quei luoghi”. Rousseau chiese da mangiare, naturalmente pagando ciò che gli sarebbe stato dato. Il contadino “offrì latte scremato e del rozzo pane d’orzo, dicendo che non aveva altro”. Il filosofo bevve “il latte con voluttà” e mangiò “quel pane, ma questo non poteva ristorare un uomo esausto dalla fatica”. Il contadino, vedendo che gli stava davanti un “bravo e onesto giovanotto, incapace di tradirlo”, si diresse verso una botola nel pavimento, la sollevò, discese e, non molto tempo dopo, riapparve alla sua presenza “con un buon pane bigio di puro frumento, un prosciutto molto appetitoso, una bottiglia di vino, la cui vista rallegrò il cuore” dell’ospite inatteso. A tutto questo poi aggiunse “una frittata ben grossa”, facendo fare in questo modo “un pasto quale può immaginare chi viaggia a piedi”.
Il benessere che Rousseau provò lo spinse a chiedere subito quanto gli dovesse, ma quello rifiutava il suo denaro, mostrando nel volto e nei gesti “un turbamento strano”. E, soltanto, dopo molte domande da parte di Rousseau, il contadino disse che “nascondeva il suo vino per causa dei dazi, il pane per le taglie (cioè per le tasse) e che egli sarebbe stato rovinato, se si fosse sospettato che non moriva proprio di fame”. Il filosofo Gian Giacomo Rousseau conclude il brano dicendo: “Quest’uomo agiato non osava mangiare il pane guadagnato con il sudore della fronte e poteva salvarsi dalla rovina soltanto simulando la miseria” allo scopo di pagare meno tasse.
Nella Francia prerivoluzionaria del diciottesimo secolo, pagava le tasse soltanto il “Terzo Stato”, di cui facevano parte commercianti, banchieri, industriali, uomini di lettere di medicina di scienza, avvocati, ingegneri, così come coloni, bottegai, contadini: in pratica tutti quelli che non erano né nobili, né preti, una maggioranza schiacciante a fronte di una risibilissima minoranza di “porcelli”.
Nobili e preti, in passato, erano stati anche guida del popolo, ma nello scorcio del 1700 erano visti ormai come sfruttatori, parassiti e sanguisughe ed oggetto soltanto di odio da parte dei meno (e non) abbienti.
La situazione prerivoluzionaria, in Francia, precipitò in una rivoluzione vera e propria, in verità anche per altre cause, ma la miccia che provocò l’incendio fu la gravissima crisi finanziaria, che l’ottusità cronica della nobiltà, del clero e della monarchia (cioè la casta e il palazzo) provocò con la seguente soluzione: fare pagare altre (e più pesanti) tasse a coloro i quali erano stati portati prima alla rovina economica, poi alla rovina fisica, togliendo loro non solo la camicia, ma anche la stessa la pelle del corpo.
Gli Stati, che vivono una situazione prerivoluzionaria simile a quella della Francia del diciottesimo secolo, dalla Storia non traggono nessuna lezione, continuando a strozzare i cittadini, che hanno avuto la cattiva ventura di non nascere e crescere altrove, inermi prigionieri e vittime di un vortice fiscale e di un sistema di riscossione, che sono un crudele ritrovato di criminale tortura della mente umana.

Antonio Cammarana

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