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La sala da barba


La sala da barbaIgnazio aveva frequentato la sala da barba non per apprendere l’arte e metterla da parte, ma perché la madre intendeva sottrarlo alle insidie e ai pericoli della strada. Dentro la sala e nel tratto di strada di fronte, zio aveva la possibilità di tenere Ignazio sott’occhio, osservando i sui movimenti e vigilando su di lui continuamente. Ignazio aveva il compito di sciacquare il pennello con l’acqua corrente, dopo che al cliente era stata fatta la barba; di spazzolare le spalle allo stesso dopo il taglio dei capelli; di dare alcuni colpi di scopa sul pavimento per eliminare la peluria sparsavi; di ringraziare il cliente dopo il pagamento del servizio.
Nel corso degli anni Ignazio vide barbe e capelli di tutti i tipi e non dimenticò mai che a partire del 1956 il taglio dei capelli e la rasatura della barba erano cinquanta lire, di cui trentacinque per i capelli e quindici per la barba.
Durante le festività natalizie e pasquali il tavolinetto, ‘ che di solito stava in mezzo alla sala con “La domenica del corriere” sopra in bella vista, veniva spostato in un angolo e il settimanale collocato in una sedia. Sul tavolinetto compariva, adorno di palline colorate e di fili d’oro e d’argento, un alberello di Natale che aveva al suo fianco, come scudiero, un vassoio sul quale cadevano, a seconda delle possibilità e della generosità del cliente, monete da cinque e dieci lire. Buona era la raccolta di soldi che terminava il giorno di Natale, più ricca quella di Capodanno, magra quella dell’Epifania.
A Natale e a Capodanno venivano distribuiti da zio piccoli calendarietti illustrati e profumati, frutto di un’accurata ed oculata selezione effettuata nel mese di novembre, quando nella sala, in tutte le ore del giorno, facevano la loro rapida apparizione i rappresentanti di questi almanacchi natalizi. Allora zio contava il numero dei clienti che aveva, li suddivideva a seconda delle possibilità economiche e dell’età di ognuno di loro, ordinava vari tipi di calendarietti: popolari, piccolo e medio borghesi, per professionisti.

In ognuno di essi vi erano raffigurate donne procaci e dive del cinema assieme ai giorni e ai mesi dell’anno. Verso la fine del 1950 zio distribuì calendarietti con donne in costume da bagno.
A Ignazio parve sempre straordinaria la rapidità con la quale zio prendeva dalla tasca oppure dal cassetto dell’armadietto a muro i vari tipi di calendari e come li facesse scivolare nelle tasche delle giacche e dei cappotti dei clienti, per non fare notare la disparità dell’omaggio, che dipendeva dalla generosità delle monete che cadevano sul vassoio delle mance, dalla condizione sociale e dall’età del cliente.
Ogni anno a Ignazio toccavano gli spiccioli, la parte “più congrua andava al primo aiutante, l’equivalente della spesa per acquistare i calendarietti nelle tasche di zio. Ma era bello il clima di attesa che veniva a crearsi attorno alle mance natalizie per quello che potevano fruttare in denaro. Eppure si trattava di poche migliaia di lire, che non avrebbero cambiato la condizione sociale di nessuno.

Dai ricordi d’infanzia di
Antonio Cammarana

Festa al Circolo Agricolo per i 110 anni della fondazione: la relazione del prof. Antonio Cammarana

Festa circolo Agricolo Acate 110 anni
I centodieci anni di vita del Circolo Agricolo sono stati festeggiati solennnemente sabato sera nella sede di via XX Settembre, presenti Autorità, soci ed amici. Ha condotto i lavori il prof. Emanuele Ferrera, il quale, dopo la sua sobria e pregnante introduzione, ha invitato il sindaco Giovanni Caruso a porgere le felicitazioni dell’Amministrazione Comunale. Subito dopo ha preso la parola il dottor. Giovanni Frasca, segretario del sodalizio, con un efficace intervento nel quale ha citato anche un noto brano di Lucio Battisti, imperniato sull’amore per la campagna. A seguire il prof. Antonio Cammarana ha illustrato la sua dotta e meticolosa ricerca storico-sociale sul Circolo (che pubblichiamo più giù). Dopo i ringraziamenti commossi del presidente Giovanni Raffo a tutto lo staff di Eventi Acatesi, (Pietro Mezzasalma per la mostra fotografica e l’organizzazione della manifestazione, Franco Sallemi per il video, Emanuele Ferrera per il coordinamento), sono intervenuti il presidente del Circolo di Conversazione, prof. Giovanni Pignato (che ha donato al collega Raffo una stampa del Castello) e don Girolamo Bongiorno, figlio di uno dei fondatori. Prima dell’aperitivo Pietro Mezzasalma ha recitato una poesia sul tema sull’agricoltura, scritta da Vito Gatto.
Ecco il testo ella relazione del prof. Antonio Cammarana.

Redazione (Acateweb-EventiAcatesi)

Momenti storici e azione sociale del Circolo Agricolo di Acate

Antonio Cammarana2
Quando assieme all’amico maestro Pietro Mezzasalma – questo “assieme” sta diventando, sempre più, un luogo dell’intelligenza produttiva di cultura storica – entrai nel Circolo Agricolo, ho visto tante persone sedute ai tavoli della sala grande dell’Associazione, persone che discutevano, che giocavano a carte e che amichevolmente risposero al nostro saluto. Per un istante mi estraniai, tornai indietro nel tempo e con la memoria mi trovai nella sala del mio Circolo, il Circolo di Conversazione di Acate – antica Biscari, quando un tempo era piena di sodali: c’era chi leggeva il quotidiano e il settimanale inseriti nelle stecche; chi giocava a poker, a scala quaranta, a stop ballerino; chi stava seduto sul sofà; mentre tutti quanti erano osservati da Edmondo Leone, in piedi al centro della sala, con l’immancabile sigaro, che pendeva fumante dalla sua bocca. Immagini usuali, che popolano ancora di ricordi la mia mente e di altri soci del sodalizio più carico di storia di Acate.
Un colpetto alla spalla da parte di Pietro mi richiamò alla realtà e, subito dopo, lui, il presidente del Circolo Agricolo Giovanni Raffo ed io ci trovammo seduti nella stanzetta , che, secondo gli Antichi Atti, fu di proprietà del comune di Biscari. Con la sua esperienza pratica, Pietro prese accordi per la Celebrazione del 110° Anniversario dalla fondazione del Circolo ed io mi trovai con diversi quaderni in mano e un impegno da mantenere.
Tornato a casa fu tutt’uno sfogliare e leggere le pagine di quel materiale prezioso, che mi avrebbe permesso di ricostruire e di raccontare eventi, momenti di vita, le tappe più significative di questa storica realtà locale fin dalla sua nascita: un lampo nella notte oscura della comunità di Biscari, che si affacciava al Millenovecento, luce su un mondo sopra cui c’erano solo tenebre.
Per completezza e rigore di metodo affiancai, alla documentazione affidatami, la consultazione dell’Archivio storico della Biblioteca civica ” Enzo Maganuco ” e precisamente le delibere del Consiglio Comunale, che vanno dal 15-8-1902 al 10-11-1902, Registro n.8, delibere antecedenti all’Atto di nascita del Sodalizio, consultazione favorita dalla gentilissima Direttrice Graziella Sansone e dalle sue valide collaboratrici. Dalla lettura del materiale storico ebbi ben chiara la situazione storica politica ed economica del periodo in esame.
Il territorio di Biscari, per l’ingrossarsi delle acque del fiume Dirillo ( o Dorillo o Dorilli o Agate), a causa delle fitte e violente piogge, andava soggetto a ricorrenti straripamenti e inondazioni, provocando notevoli danni a uomini animali campagne e case della vallata omonima.
Una terribile alluvione (che non riguardò soltanto Biscari, ma tutta la Contea di Modica e la città di Modica in particolare) fu quella del 25 e 26 settembre del 1902, tanto che fu oggetto di discussione nella seduta del Consiglio comunale del giorno 8 ottobre dello stesso anno, in cui si misero in evidenza “i sacrifici personali e l’indefesso lavoro dell’ Ill/ mo Signor Sindaco Digeronimo”, il quale “non curando né fatiche, né strapazzi e tralasciando le sue molteplici occupazioni” percorse “l’intera vallata del Dirillo per constatare DE VISU ( di persona) i gravi danni cagionati dalla mai vista piena del nostro fiume Agate ( Dirillo )”, conseguente a “fatale e funesto nubifragio”, che “gettò nel lastrico tante povere famiglie di coloni e di piccoli possidenti i quali così, in poche ore, videro perduti gli stenti e i sudori”.
Il disastro ambientale e agricolo spinse quei lavoratori della terra e i piccoli proprietari a riunirsi a discutere e ad associarsi per trovare – se non la soluzione definitiva ai loro malanni – almeno un PUNTO DI FORZA, che potesse servire come difesa dei frutti del loro lavoro. In questo modo, dopo varie discussioni e accordi preliminari, “l’anno millenovecentotre, il giorno 15 marzo, alle ore 18, nel locale sociale sito in via Venti Settembre, previo avviso pubblicato nella sede, previo segnale datone con l’esposizione della bandiera alla porta”, si riunì l’Assemblea generale per “deliberare l’approvazione dello Statuto fondamentale del Circolo”.
Il Direttore, Gallo Biagio farmacista, al quale fu “affidata la redazione dello Statuto “, lesse “dal primo articolo fino all’ultimo”.
L’Assemblea, dopo” qualche lieve obiezione ” da parte di alcuni soci, applaudì l’operato del signor Direttore “e” a voti unanimi “approvò lo Statuto, che diventò l’Atto di Nascita del Circolo della Borghesia, vidimandolo con un timbro di forma ovale a inchiostro color viola, riproducente la denominazione del Sodalizio, che presentava, al suo interno, “una stretta di mano”, simbolo di solidarietà sociale, che si esprime nella forma e nella sostanza della collaborazione, della condivisione e dell’assistenza reale e concreta nella sventura, nella sofferenza e nel dolore.
Primo presidente fu Manusia Mariano, primo segretario Modica Gaetano, primo direttore Gallo Biagio.
Dal giorno della Fondazione l’Attività del Circolo della Borghesia si volse alla difesa e all’assistenza dei soci e del loro lavoro, sia quando si verificarono disastrose calamità naturali che distrussero i raccolti; sia quando si protestò contro l’antico metodo di ricavare fondi a disposizione del Consiglio Comunale, tassando maggiormente alcuni e alleggerendo del peso fiscale altri; sia quando si fecero voti ai signori dei latifondi inondati dalle acque del Dirillo.
Il Circolo della Borghesia, nel primo dopoguerra, non rimase estraneo alle lotte contadine, ora con la costituzione – il 2 maggio 1920 – della Cooperativa agraria guidata da un comitato provvisorio formato da cinque soci (Spada Giuseppe fu Biagio, Di Modica Giuseppe fu Giambattista, Falconieri Giovanni di Gaetano, Catania Vincenzo di Biagio, Cicero Antonino fu Salvatore) , ora con l’adesione “all’agitazione agricola del paese” nominando due membri (Spada Giuseppe fu Biagio e Di Modica Giuseppe fu Giambattista) su invito, ricevuto mediante lettera, del Circolo Socialista locale, che avrebbe portato all’occupazione delle terre incolte dei latifondi.
La lotta tra opposte fazioni politiche, violenta a Biscari, come in tutto il territorio nazionale, raggiunse il suo culmine con l’assassinio di Vincenzo Ferlante.
La tornata elettorale del 7 novembre 1920 aveva dato la maggioranza, nel consiglio comunale, alla sinistra socialista, al cui interno la quasi totalità degli aderenti si riconosceva nella linea riformista di Filippo Turati, di Claudio Treves e di Giacomo Matteotti, mentre una sparuta minoranza seguiva le idee massimaliste di Amedeo Bordiga e di Antonio Gramsci. In seguito alla scissione di Livorno, che determinò la nascita del partito comunista d’Italia, a Biscari i socialisti massimalisti aderirono alla linea rivoluzionaria comunista, alimentando gli scontri con gli uomini di opposte ideologie. I comunisti di Biscari, in una riunione segreta, votarono il crimine politico: l’assassinio di Vincenzo Ferlante, da tutti conosciuto come Vincinzinu Pirricchiu.
Il Ferlante aveva partecipato alla Prima Guerra Mondiale. La trincea, gli attacchi, i contrattacchi, i morti, i feriti ne avevano fatto un soldato coraggioso, un Ardito, una ” camicia nera ” ( le camicie nere non furono un’invenzione di Benito Mussolini: le camicie nere, con il pugnale fra i denti e con il tascapane pieno di bombe a mano, furono la punta di diamante del Regio Esercito Italiano, dopo la sconfitta di Caporetto: l’evoluzione dei Reparti d’Assalto, nel senso elitario dell’estremo coraggio e dell’azione suicida, contro il nemico invasore austro-ungarico e tedesco: i FEGATACCI, di cui mi parlò a lungo, a Milano, nel triennio 1974- 1975-1976, il capitano comandante Gianni Cordara, Presidente dell’A.N.A.I., l’Associazione Nazionale Arditi d’Italia).
La mattina del 19 Maggio il “Pirricchiu”, mentre scriveva frasi ingiuriose sulla facciata del Comune di Biscari contro il socialcomunismo, fu colpito alle spalle da un colpo di fucile sparato da Giuseppe Stracquadaini, assistito, nell’azione criminosa, da Giovanni Bongiorno e da Gaetano Stornello, entrambi carrettieri.
Il fallimento della sempre conclamata rivoluzione rossa, “il fare in Italia come in Russia”, mai portata a termine ( o, almeno tentata), la presa del potere da parte di Benito Mussolini ( ottobre 1922) e il suo passaggio per la via XX Settembre a Biscari (aprile 1924), l’emergere della figura dell’Avv. Vincenzo Bellomo, tra i fascisti del paese, convinsero i soci del Circolo della Borghesia a costituirsi in Sindacato Nazionale Fascista dei Massari il 24 maggio del 1925. Con questa denominazione il Circolo visse tutti gli altri anni del fascismo al potere, fin quando venne chiuso in seguito allo sbarco anglo-americano in Sicilia nel luglio del 1943.
Il giorno 8 del mese di agosto del 1943 i signori Pinnavaria Giuseppe fu Carmelo, Carrubba Vincenzo di Francesco ed Amorelli Giuseppe di Benedetto riaprirono il Circolo, prospettando a tutti gli intervenuti alla riunione “la futura possibilità di vita sotto gli americani”, i quali promettevano “la libertà”. Giuseppe Pinnavaria fu eletto Presidente.
La vita del Circolo ebbe, però, breve durata, perché il sodalizio fu chiuso per ordine del Governo Militare Alleato, in seguito ad attriti con le autorità locali da parte dell’allora Presidente. Ottenute le dimissioni, il Commissario prefettizio di Acate, rag. Vincenzo Paladino, fece opera di intercessione per la riapertura del Circolo presso il Comando Militare Alleato, che la consentì con la seguente motivazione da parte del C.A.O.A. HARRIS CAPT.
“Non ho nessun desiderio di intromettermi nei piaceri e fini del popolo di Acate, ma è stato portato alla mia conoscenza che certa condotta disordinata ha avuto luogo nei locali del Circolo della Società degli Agricoltori.
Su richiesta del Sindaco Paladino ho proceduto alla riapertura della Società e spero che si andrà incontro a queste mie concessioni con la buona condotta da parte dei membri. Sono sicuro che non sorgeranno più nel futuro motivi di lamentela”.
Il secondo dopoguerra vide i soci del Circolo e i suoi dirigenti impegnati nell’opera di rimpatrio dei prigionieri di guerra con il contributo di mille lire; negli accomodamenti con il Dazio; nella richiesta di revisione dell’imposta di famiglia da determinarsi “con spirito di imparzialità e reale valutazione dei redditi imponibili dei cittadini”; nella protesta contro la tassazione dei prodotti agricoli di “maggiore produzione, cioè, il vino, le mandorle, le carrube, le arance, i carciofi”, fatta a scapito di tantissime famiglie di agricoltori e con l’esclusione di seicento altre, appellandosi al senso di giustizia e di imparzialità del Prefetto della Provincia; nella difesa vigile ed energica dei diritti degli iscritti al Circolo.
L’indagine che ho condotto è stata interessantissima e ha permesso di ampliare la nostra conoscenza, che è soprattutto quella degli uomini e delle cose in senso lato, del territorio di Acate-antica Biscari.
Nel corso della ricerca ho rivisto i fantasmi di uomini bruciati dal sole e dal gelo, che nella campagna nacquero, nella campagna faticarono, con la campagna nel cuore chiusero gli occhi per sempre; ho rivisto i fantasmi di donne, che la fatica e il dolore resero vecchie anzitempo, donne che questi uomini – i loro uomini – attesero, ogni giorno, con ansia e trepidazione, prima di accendere, nell’annerita tannura, con paglia canne e frasche quel fuoco – spesso più fumo che fuoco – sopra cui mettere una pentola per bollire l’acqua con cui cuocere una minestra serale di fave o di lenticchie o di ceci o di fagioli, che rinfrancasse una giornata di lavoro duro nei campi dall’alba al tramonto del sole; soprattutto ho rivisto il fantasma di un mondo circoscritto a poche case (dove sovente vivevano assieme e senza vergogna persone e animali), a poche strade (spesso sterrate e poco praticabili soprattutto nei mesi autunnali e invernali): era il mondo del popolo della campagna che la sera si raccoglieva attorno a una magra tavola di cibo umile ma sano; e in questo raccogliersi e in questo esserci – raccogliersi ed esserci, che era proprio di tutta la famiglia non di rado patriarcale – si perpetuava quell’antico rito religioso diventato quotidiano vangelo della vita, che cominciava dalla distribuzione del pane, che il capofamiglia spezzava con le proprie mani e dava a partire dal più piccolo per arrivare, se bastava, a lui, che era il più grande.

Festa Circolo Agricolo pubblico

Alla Comunità del Circolo Agricolo di Acate, erede dell’orgoglio e della dignità di antiche generazioni di gabellotti e di piccoli proprietari, che spesso furono derubati dei frutti del proprio lavoro sia dalle calamità naturali, sia dalla rapacità di insulsi signori del latifondo, sia dall’infame politica di parte, vada il mio ringraziamento per essere stato onorato a presiedere, assieme agli altri autorevoli relatori, alla Celebrazione del 110° anno dalla fondazione del Circolo della Borghesia di Biscari, avvenuta il 15 Marzo del 1903.

Antonio Cammarana

San Vincenzo, la Festa che fu

Acate Palio San Vincenzo 60

Acate – Corsa degli Anni Sessanta con cavalli appaiati, “Arisa”

La festa che Ignazio, da piccolo, prediligeva di più era quella di San Vincenzo martire, protettore del paese, perché andava avanti per diversi giorni.
Cominciava il venerdì, alle undici, dopo lo sparo di un mortaretto, con la fiera del bestiame; ma già, nei giorni precedenti, per le strade del paese, c’era grande movimento di animali (soprattutto asini, muli, cavalli) e di uomini:
tanti di questi ultimi indossavano pantaloni e giacche di fustagno, avevano fazzoletti rossi al collo, li chiamavano i “firuoti”, coloro che fanno affari in fiera.
Era uno spettacolo seguire da vicino – il venerdì e il sabato – le discussioni estenuanti dei venditori e dei compratori, che stavano in mezzo a quadrupedi che ora scalpitavano, ora defecavano, ora mandavano peti; non riuscendo, però, a capire se, dopo il lungo tira e molla sul prezzo, a guadagnarci o a rovinarsi fossero i venditori o i compratori. Ignazio mai era stato portato ad una fiera del bestiame, per timore che si prendesse un calcio di mulo; ma lui, la fiera, da un buon punto di osservazione, l’aveva potuto seguire: un’enorme macchia mobile grigio-scura, che si stagliava in quella zona bassa del paese (la contrada Fontanella), dalla quale il Castello dei Principi di Biscari appariva una linea difensiva arroccata su un picco, su un’altura, su uno sperone di roccia, come se dovesse proteggere ancora gli abitanti da un attacco nemico: i mai dimenticati saraceni o brandelli superstiti di truppa spagnolesca alla macchia o i lanzichenecchi di manzoniana memoria.
Il venerdì pomeriggio iniziavano pure le corse dei cavalli: cinque il venerdì, sei il sabato, otto la domenica, perché – alle sette di rito – se ne aggiungeva una (l’ultima) dedicata a San Vincenzo, con i cavalli che correvano appaiati e i fantini che, per tutto il Corso Indipendenza, si stringevano la mano.
Terminate le corse, all’imbrunire della domenica, la folla superava le transenne di corda e dai marciapiedi brulicava nel Corso. Sembrava la piena di un fiume di voci e di colori, che lo sparo di un mortaretto chiamava dalla strada principale al Piano San Vincenzo, dove sorgeva la Chiesa. Tante persone, paesani e forestieri venuti da centri vicini e lontani, dei mortaretti, all’uscita di San Vincenzo, sentivano soltanto l’eco; molte altre, del Santo protettore, vedevano soltanto il Fercolo d’oro splendente di luce, che – con due carabinieri ai lati e con il maresciallo, il sindaco, il parroco (le autorità militari, civili e religiose) davanti – veniva portato a spalla lungo il percorso stabilito. Tutte potevano osservare, anche se da lontano, due alti principeschi pesanti stendardi colore rosso e azzurro l’uno, colore avorio e verde l’altro, che aprivano la processione e che erano tenuti dritti da uomini che, pur nerboruti, rischiavano di procurarsi un’ernia.
Quando la processione scendeva dall’alto del Corso era accarezzata dal sibilo schioccante di decine di fiaccole che – come fontane ardenti di fuoco – da tanti balconi altoborghesi inondavano di luce e di fumo i larghi marciapiedi, che, in prossimità del Centro cittadino, avevano diverse bancarelle con bomboloni avvolti in carta rossa o verde, torrone bianco, gelato di campagna e zucchero filato.
Non mancando, in un angolo dei Quattro Canti, il rudimentale scaffale  dell’improvvisato libraio, che esponeva – tra gli altri – “I miserabili” di Victor Hugo, “Quo vadis?” di Enrico Sienkiewicz, “Il conte di Montecristo” di Alexandre Dumas padre, nelle popolari e illustrate Edizioni Lucchi e Nerbini.
E, intanto, la banda del paese, rinforzata da un corpo musicale fatto venire, per la ricorrenza, da una città vicina, intonava marce sinfoniche, che aprivano il cuore a sentirle; mentre il rumore di migliaia di piedi faceva da sfondo sonoro alla processione dei fedeli, che accompagnava San Vincenzo fino alla Chiesa sia per devozione, sia per assistere allo spettacolo dei fuochi d’artificio, che fu sempre impressionante, vuoi in tempo di vacche grasse, vuoi in tempo di vacche magre, tanto con le amministrazioni comunali garibaldine, quanto con le amministrazioni comunali degasperine. Tornando a casa stanchi, si diceva che ne era valsa la pena; ma chi potrà mai dimenticare il patimento di coloro che, per voto, avevano seguito il Santo a piedi nudi?
L’indomani mattina, mentre gli uomini – tranne gli artigiani – andavano a lavorare, le donne camminavano ancora, per la fiera del lunedì, al Piano San Vincenzo e davanti al Castello dei Principi di Biscari, dove si concentravano i venditori di oggetti casalinghi, che esponevano, per terra, pentole piatti coltelli forchette e una gran varietà di oggetti di rame, di ferro e di alluminio. E c’erano pure le bancarelle, che facevano bella mostra del San Vincenzo a cavallo di creta con il fischietto.
Ignazio raramente si recava alla fiera del lunedì, considerando già tutto finito la domenica sera, dopo che San Vincenzo era rientrato in Chiesa e, per le strade, si respirava un residuo odore di polvere di mortaretti, di zucchero cotto e di carbone semiacceso, che davano una sensazione di reale appagamento e di vago malessere a un tempo. Ma era la festa che finiva, erano le strade che si vuotavano di gente, erano le bancarelle in disarmo con i dolci che venivano ritirati e con le lampadine che venivano spente. E c’era anche la folata di vento primaverile, che sollevava polvere e carta, nel Corso: sembrava rivolgere un estremo saluto agli ultimi venditori ambulanti, che raccoglievano – da impassibili e muti tentatori – le lacrime e i singhiozzi di quei bambini a cui i padri di famiglia, con un’occhiata di mite rimprovero, negavano, una volta ancora, di comprare il palloncino colorato .

Antonio Cammarana

La tradizione e la leggenda del martire crociato
di cui parla il poeta e scrittore Carlo Addario
e
la memoria dolorosa del diacono martire di
Saragozza documentata dallo storico, parroco
don Rosario Di Martino,
vivono da sempre nella realtà della grande festa
di popolo di San Vincenzo.

A.C..

Quando la gallina in brodo odorava di cannella.

San Giuseppe Acate
Il giorno di San Giuseppe, quando era piccolo, alle otto del mattino, Ignazio era già fuori dal letto. Lesto lesto si lavava si vestiva e raggiungeva in piazza i musicanti, che controllavano per l’ultima volta i loro strumenti, prima che il maestro li mettesse tutti in fila e desse il colpo di bacchetta per l’inizio della prima marcia: perché, per suonare per le vie del paese, si deve essere tutti ordinati in riga uno davanti e accanto all’altro, come tanti soldatini che debbono sfilare innanzi al loro comandante.
Quando il serpentone musicale si muoveva, Ignazio correva a mettersi dietro l’ultima fila e, con il corpo bandistico, faceva il giro del paese; e vedeva, in una volta sola, tutte le abitazioni e le strade per le quali, nel corso dell’anno, non passava mai: case basse dai muri sbrecciati; stradine mal tenute con tanto di buche nel terreno, ove si formavano pozzanghere d’inverno; cacate di vacca, larghe quanto impanate di pane, che gli spazzini, nel giorno di festa, non eliminavano; galline dentro larghe gabbie di legno, collocate sopra i marciapiedi accanto alle porte di casa; asini muli cavalli legati alla “boccola”. Uno spettacolo, che si ripeté sempre durante l’infanzia e la fanciullezza, che ogni anno rendeva felice Ignazio, perché lo metteva a contatto con la realtà sconosciuta e marginale del paese, ove l’umanità che ci viveva non trovava strano, né incivile essere tutt’uno con l’animale e i suoi escrementi.

Poi, dopo che i musicanti avevano finito di fare il giro del paese, Ignazio andava in piazza a trovare i compagni e, assieme a loro, passeggiava per i vialetti della villa comunale, ai genitori dando a credere di essere in Chiesa, come un ragazzino devoto. Terminata la funzione religiosa, mentre la Chiesa si svuotava e i fedeli affollavano il Corso del paese per fare bella mostra dell’abito nuovo, Ignazio con i compagni si metteva in mezzo a quella piccola folla e ci restava fino al tocco della campana di mezzogiorno.
Quindi il gruppo si scioglieva e Ignazio andava a casa sua, felice, perché sapeva che quel giorno, a tavola, ci sarebbe stata la gallina in brodo, che odorava di cannella: anche sua madre teneva le galline nella gabbia di legno vicino alla porta, ma nella strada parallela alla via principale.
Ora Ignazio non andava più appresso alla banda del paese, perché si era fatto grande e a tavola, a mezzogiorno, non c’era più il brodo, né la gallina che odoravano di cannella. Dacché la madre era morta, la gallina in brodo era diventata soltanto un ricordo del passato, un passato lontano, di quando il paese era ancora piccolo e attorno ad esso vi era il “bosco” e i più piccini giocavano nel tratto di strada di fronte alla propria casa e si viveva tutti raccolti attorno alle piccole cose, che rendevano felici e la felicità costava quattro soldi.

Nel pomeriggio della domenica di San Giuseppe, c’era pure la “cena” e il santo raccoglieva molto in offerte sia in denaro che in natura.
E sotto un sole che, a marzo, non era ancora cocente, Giuseppe Occhipinti, di cui si tace il soprannome passato alla storia, membro della commissione della festa, sopra un palco di legno costruito per l’occasione, levava in alto le offerte al santo e – “Cento lire uno, cento lire due, cento lire tre, aggiudicato! Viva san Giuseppe!” – i paesani portavano a casa ora una torta di ricotta con codette colorate, ora un mazzo di asparagi, ora un canestro di pane casereccio, ora un’altra delle tante diavolerie, che le nonne e le mamme riuscivano sempre ad inventare, per rendere la famiglia più devota al santo e il santo più disposto verso la famiglia: perché quelli erano tempi avari per tutti e il buon cuore generoso, dimostrato verso il santo, che si vede soprattutto quando si vive in ristrettezze, poteva voler dire, per il piccolo proprietario, il miracolo di una buona annata e, per il contadino, molte giornate di lavoro durante l’anno.
Così, una dopo l’altra, le offerte venivano alzate al cielo, ché tutti potessero vederle e ognuno potesse comprare quella che più gli piaceva.
Era un via vai continuo di uomini dalla piazza verso casa con le cose acquistate e dalla casa verso la piazza per le offerte; e la “cena” andava seguita fino all’ultimo, tutti tenendoci a sapere quanto avesse fruttato, perché l’ingenuità popolare era solita collegare il ricavato della cena al rumore e alla quantità di mortaretti, che sarebbero stati fatti esplodere la sera sia all’uscita che al rientro del santo, di fronte alla Chiesa Madre.

Antonio Cammarana

Il narratore porta a consapevolezza
universale i contenuti particolari, che dormono
nella memoria della comunità
A.C.