Il nano

nano
Sono alto due spanne: non un centimetro di più, non uno di meno. Io sono il nano.
Le mie gambe sono corte come pure le mie braccia, esiguo ho il torace, insignificante il collo, piccola la testa, i miei piedi non superano quelli di un bambino.
Io sono il nano.
Ma rugosa è la mia faccia, tumide sono le mie labbra, ho larghe orecchie e grandi occhi.
Io sono il nano.
Come nature diverse dalla mia io guardo gli uomini, le donne, i ragazzi, considerandomi essi un errore divino tenace nei secoli e non meno perverso di un campo di sterminio.
Io sono il nano.
Asprezze e solitudini ha avuto sempre la mia vita. Imperatori e re, principi e duchi, conti baroni e marchesi, mi hanno fatto buffone di corte; la letteratura mi ha dileggiato come fenomeno da circo; la scienza mi ha esibito come meraviglia mostruosa o ingannevole referto.
Mentre il buffone è stato un “full” di comicità, io sono stato un “minus” da baraccone. E già Omero, nell’Iliade e nell’Odissea, aveva fatto di me un simbolo della doppiezza e della menzogna con la figura di Ulisse: guerriero di bassa statura, che arriva appena alla spalla di Agamennone e a quella di Menelao; per nulla gagliardo come Aiace, né forte come Achille; ma dotato soltanto di una astuzia così grande che nessuno è più furbo di lui nell’ingannare la gente. Nemmeno Alberico, il re dei nani vinto dall’eroe Sigfrido, nel poema nazionale germanico “La Leggenda dei Nibelunghi”.
Io sono il nano.
Quando venni al mondo i miei genitori dichiararono: -“Questo figlio, che abbiamo generato, è un protocollo del nulla”- .
Io sono il nano.
In seguito alla morte di mio padre sono cresciuto di una spanna.
Dopo il decesso di mia madre ho raggiunto l’altezza di ottanta centimetri.
Ma io resto il nano, perché credo di essere stato generato da un destino di pochezza fisica.
I miei fratelli ripetono che io crescerò di una spanna ogni volta che uno di loro passerà a miglior vita. E con queste parole mi feriscono in tutte le ore del giorno. Perché essi sono alti e robusti tanto da credere di campare cent’anni.
Io ho dieci fratelli.
Io sono il nano, ma voglio crescere.
Mi sono messo al lavoro per punire la cattiveria dei fratelli, per distruggere la diceria dell’errore divino e la nomea di figlio di un destino di pochezza fisica, per fare del protocollo del nulla che sono un protocollo dell’essere.
Io, il nano, che vuole crescere.
Io metto, in ogni pasto di mezzogiorno dei miei fratelli, un milligrammo di veleno per topi. E, quando essi saranno morti tutti, io sarò più alto di altre dieci spanne. Così eguaglierò in altezza il gigante Golia.
Io, il nano, errore divino, figlio di un destino di pochezza fisica e protocollo del nulla.

Antonio Cammarana

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