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1943-2013: Lo sbarco degli americani nella memoria degli acatesi: fu invasione o liberazione?

Corso indipendenza 1943 Acate
La campagna d’Africa complessivamente è “costata alle forze dell’Asse 1 milione di uomini fra morti, feriti e prigionieri, 8 mila aerei, 6200 cannoni, 2500 carri armati, 70 mila veicoli e 2 milioni e mezzo di tonnellate di naviglio mercantile. Dalla sola inutile campagna di Tunisia erano stati inghiottiti 300 mila uomini” (p.245, Petacco). Così Arrigo Petacco conclude il suo libro “L’armata nel deserto. Il segreto di El Alamein”, dopo aver messo in evidenza – con la citazione del bollettino di guerra n°1083 del 13 maggio 1943 – che “l’onore dell’ultima resistenza” (che mandò in bestia Adolf Hitler e l’OberKommando germanico) delle forze italo-tedesche contro gli Angloamericani è stato tutto italiano e che il generale Giovanni Messe (nominato Maresciallo d’Italia per aver tenuto alto l’onore dell’esercito italiano) ha firmato la resa soltanto per ordine di Benito Mussolini.
Quasi due mesi, dal 13 maggio al 10 luglio 1943, separano la perdita reale dei territori dell’Africa settentrionale (Libia, Tunisia e successivamente Pantelleria, l’isola fortificata che sbarrava il Mediterraneo), già in possesso dell’Italia, bersaglio dell’attacco nemico delle forze Anglo-americane al “ventre molle dell’Asse”(definizione dell’Italia data da Winston Churchill nel corso della Conferenza di Casablanca, tenutasi dal 14 al 24 gennaio del 1943) a cominciare dalla punta estrema della Sicilia; attacco, a proposito del quale, una parola fu sulla bocca di tutti:
INVASIONE, parola che rimase nella mente di coloro che si trovarono testimoni di quell’avvenimento, fin quando una diversa realtà politica, intinta di colore rosso, non venne a sovrapporre la parola LIBERAZIONE (cara al socialcomunismo nazionale e internazionale) alla parola INVASIONE; sporcando le pagine dei libri di storia con il tentativo mal riuscito di cancellazione del sangue dei caduti italiani e tedeschi, che combatterono (anche se non sempre onorando le divise dei loro eserciti) con armamento inferiore, ma con valore almeno pari a quello degli americani, i quali in Sicilia conobbero il combattimento vero e il vero battesimo del fuoco.
Ma a settant’anni da quegli eventi, che cos’è rimasto nella memoria dei più anziani?
Nella memoria degli Acatesi di uomini e donne, di vecchi e ragazzi, sono rimasti incancellabili i ricordi del bombardamento del 9 luglio 1943, dei combattimenti tra militari americani e antiparacadutisti italiani (NAP), cui si unirono parecchi civili del paese e del contado; dei crimini di guerra a cominciare da quello perpetrato contro i componenti maschi della famigGiuseppe Mangano Podestà di Acatelia del podestà Giuseppe Mangano (nella foto a sinistra) a Vittoria, per continuare con le stragi di civili a Piano Stella e dei soldati italiani e tedeschi fatti prigionieri all’aeroporto di Biscari, degli scontri dell’11 luglio nel territorio di Acate e per le strade del paese.
Ignazio Albani, di Acate-antica Biscari, nel suo libro “Il mio dodicesimo anno tra Acate e Gela 1942-1943” ha narrato fatti luoghi persone, riuscendo a coinvolgerci e a farci partecipi di una tragedia che sconvolse il mondo. Nel rielaborarli a distanza di tempo ha cercato di mantenere intatto, per quanto gli è stato possibile, il valore di semplice testimonianza, raccontando un’esperienza di guerra vissuta da un ragazzo di 12 anni, che vive osserva incide nella memoria momenti ed emozioni di quei giorni.
A proposito del bombardamento del 9 luglio ad Acate così scrive: “Giunto a metà strada da casa, spuntarono nel cielo, a relativa bassa quota, tre aerei da caccia pesanti, che non ebbi difficoltà a riconoscere: erano inglesi” (pp.90-91). Ignazio arrivato a casa, ubicata tra via Marconi, via Umberto I e via Mazzini con i familiari sentì “il sibilo della picchiata dell’aereo e, subito dopo, il fischio della bomba che cadeva” (idem, p.92).
Lo spostamento dell’aria, provocato dallo scoppio, fece spalancare gli infissi, vibrare le porte interne, oscillare i lampadari, far cadere i vetri esterni, scendere dal soffitto calcinacci e polvere.
Ignazio Albani e i suoi familiari non si erano riavuti ancora dallo spavento, quando “fragore” e “terrore” provocarono la caduta di una seconda e di una terza bomba, seguiti da “un silenzio che sembrava irreale” (idem, p.93).
Dopo diversi minuti, si udì prima il vocio di alcune persone, poi il rumore e le grida di tanta gente, che, “spaventata e ansiosa, correva in tutte le direzioni per avere notizie dei parenti” (idem, p.93).
La famiglia Albani lasciò Acate per contrada Santissimo, dove aveva proprietà e casa. In campagna apprese che “una bomba era caduta nel Corso Vittorio Emanuele, ora Indipendenza, all’incrocio con il Vico Tripoli; un’altra bomba era caduta in Via Emanuele Filiberto tra le vie Marconi e Roma. La terza bomba era caduta su un edificio compreso tra Corso Vittorio Emanuele, la via Marsala e la via Mameli.
Comandante francesco di Geronimo AcateProprio questo ordigno aveva provocato la morte del sessantaduenne Comandante dei Vigili Urbani, Francesco Di Geronimo (nella foto a sinistra), dell’ottantenne tabaccaio Filippo Battaglia, della bambina Rosaria Bongiorno di dieci anni e del bambino di appena un mese, figlio di Linuzza e Salvatore Traina, calzaturiero, genero del Comandante dei Vigili.
Quella che avrebbe dovuto essere la quinta vittima, la tredicenne Maria Catania aveva in braccio il figlio di Linuzza e Salvatore, parenti) fu estratta viva dalle macerie” (idem, p.94). Adagiata nella barella è dapprima trasportata nella postazione della Croce Rossa in Piazza Libertà, poi, messa sull’ambulanza, “inizia il suo viaggio della speranza. Anche il padre Giuseppe disperato, per assistere alle fasi iniziali del ricovero, raggiunge l’ospedale con la sua imenta, che non legata con le redini ad alcuna boccola ritorna da sola ad Acate, quasi per rassicurare gli altri familiari rimasti in paese. I medici disperano di salvarla. Il dottor Bombi, tenente colonnello in servizio, alla vista di quel carbone ardente, di quel tizzone più che corpo umano, irriconoscibile, coperto di polvere nerastra, interamente ustionato e con gravissime ferite svia i primi soccorsi e dà ordine di non soccorrere le persone anziane, ma i feriti più giovani.
Nessuno credette che, in quel corpicino, si nascondesse quello di una preadolescente tredicenne e non di una vecchia novantenne. Molti furono quelli che strapparono dalle mani del padre il medico che inizialmente si era rifiutato di curare quella figlia sfortunata. Tutti si impegnarono per averne la guarigione. E così fu.
Catania Maria tredicenne AcateDopo due mesi di degenza quella ragazzina (nella foto a sinistra Maria Catania, deceduta nel 2005) ritornò a casa più bella che mai. Il volto era bello, i capelli ondulati, di un biondo timido, un viso ingenuo, soave. Maria, la fanciulla di tredici anni sepolta dalle macerie era scampata miracolosamente al bombardamento aereo del 9 luglio del 1943″ (Giovanna Laura Longo, La guerra è morte, altera i sentimenti, La Sicilia, 6 luglio 2007, pag.36).
Per quanto riguarda l’invasione Ignazio Albani così continua: “Verso le 22,30 i cani cominciarono ad abbaiare in modo strano ed insistente, per cui mio padre fu costretto ad uscire fuori per zittirli.
Grande fu la sorpresa quando, guardando nella direzione verso cui abbaiavano, vide, alla fioca luce di quel primo quarto di luna, centinaia di paracadute scendere dal cielo” (Ignazio Albani, op.cit., pag.96 ). Quando rientrò in casa, comunicò ai familiari quello che aveva visto ed essi uscirono tutti “nello spazio antistante” e videro “una fungaia di paracadute scendere piano piano dal cielo” (idem, pag.96).
Era dunque cominciata l’invasione?
Certamente. Paracadutisti caddero in contrada Canalotti-Fondo Niglio. Piero Occhipinti, acatese, in “Biscari Primo ‘900 1895-1950, parte II, così riferisce: “Quella notte il signor Gianninoto Santo, viscarano sposato a Vittoria, scelse di dormire nell’aia. Doveva fare la guardia al suo frumento, da poco mietuto; il frumento che l’indomani avrebbe messo al riparo per garantirsi il nutrimento di tutto un anno. La moglie, per volontà del marito, dormiva a casa” (pag.107). Nel corso della notte, verso le due, il Gianninoto “sentì tutt’intorno un frastuono strano. Dal cielo scendeva gente attaccata ad enormi palloni. Uno dopo l’altro. Non fece in tempo a mettersi a sedere e a sfregarsi gli occhi che si vide cadere addosso una pesantissima cassa di ferro che gli troncò le gambe e gli tolse il respiro. Immediati e strazianti le sue grida di dolore. I suoi lamenti lacerarono la quiete e il silenzio nero della notte. E l’animo di chi le sentiva. Immobile e sanguinante don Santo urlava ed urlava senza posa. I paracadutisti, parecchio spaventati, liberatisi dal pesante fardello di morte che si portavano appresso, a passi svelti l’avvicinarono e gli tapparono la bocca con le mani: Zitto! Tedeschi sentire! Zitto! Ma il poverino nella spirale del dolore e dello spavento gridava e gridava. E quelli, terrorizzati dall’idea di vedersi assaliti da un momento all’altro, d’istinto gli tagliarono la gola con la baionetta e lo lasciarono al suolo, lungo com’era” (idem, pp107-108).
Ad Acate, intanto, era entrato in azione il Nucleo Antiparacadutisti(NAP) stanziato al Convento dei Cappuccini al comando del tenente Orazio Dauccia, dapprima in Contrada Santissimo, dove fu ucciso il caporale Filippo Currò, poi in Contrada Canale, nel tentativo di aggirare il nemico. Nello scontro a fuoco che ne seguì furono uccisi due paracadutisti americani, ma perdettero la vita anche il tenente Dauccia e il sergente Gaetano Galletta. Il nucleo antiparacadutisti ripiegò ad Acate, nelle sue posizioni di partenza. Alcune ore dopo, assieme a un forte contingente di tedeschi, che potevano contare sull’ appoggio di due carri Tigre, cominciò per le strade di Acate una vera e propria caccia all’uomo, affrontando e uccidendo gli americani che provenivano, suddivisi in piccoli gruppi, dalla Contrada Canalotti- Fondo Niglio, dalla Contrada Canali e dalla Contrada Santissimo.
Combattimenti si svolsero ancora in contrada Bosco Grande, non molto distante da Casa Platanìa, nel quartiere delle “Tre Croci”, nel quartiere del “Carmine”, nella piazza antistante la Chiesa Mscheggiature chiesa Madre Acateadre (nella foto a sinistra le scheggiature presenti nella vecchia pavimentazione), all’interno della Villa Margherita, attorno al Castello dei Principi di Biscari, nel quartiere San Vincenzo, in contrada Vampalavuri, in Contrada “Fontane”.
Quale fu la prima cittadina ad essere liberata?
La prima città della Sicilia che gli Americani conquistarono per capitolazione fu Vittoria. Alle 16,40 del 10 luglio il colonnello Tommaso Franceschelli, che non aveva le forze necessarie per difendere la città “alzò bandiera bianca e si consegnò con 80 uomini” (Domenico Anfora-Stefano Pepi, Obiettivo Biscari, Ugo Mursia Editore, Milano 2013, pag.90).
Nel medesimo lasso di tempo si consumava, sempre a Vittoria, la tragedia del podestà di Acate Giuseppe Mangano “d’animo nobile e gentile, maestro di Scuola Elementare, capomanipolo e sciarpa littorio, esempio di vita” (idem, pag.96 ), di suo figlio Valerio, di suo fratello ErnCapitano Medico Ernesto Mangano Acateesto, capitano medico (nella foto a sinistra). Suona offesa alla dignità umana e alla leale onestà l’ inciso “la giacca del pigiama a dire del suo convulso abbandono del campo” attribuito, senza rigore di documentazione storica (una testimonianza non verificata!), a Giuseppe Mangano, come se lo stesso volesse sottrarsi codardamente al suo dovere di capo dell’amministrazione comunale del suo paese, Acate-antica Biscari, con una fuga inconsulta e precipitosa. Inciso che ripeto, ancora una volta nella mia memoria, da quando, nel febbraio del 2004, in esso ebbi la ventura di inciampare, dopo aver acquistato e letto il libro dal titolo “In Sicilia” di Matteo Collura, edito dalla Casa Editrice Longanesi, di cui riporto lo stralcio . “Non sapevano ancora bene dove si trovassero e cosa fare di tutta quella gente in movimento lungo le strade, i Ranger che a Vittoria, la mattina del 10 luglio, nel loro primo posto di blocco dopo lo sbarco, imposero l’alt a un’automobile con a bordo una famiglia. Poco prima c’era stato un breve, concitato conflitto a fuoco tra gli occupanti del paese e un drappello di soldati tedeschi in ritirata. Dall’auto, sotto i mitra spianati dei soldati americani, scesero il podestà di Acate, Giuseppe Mangano, la giacca del pigiama a dire del suo convulso abbandono del campo, la moglie Melina, il figlio Valerio, diciassettenne, il fratello del podestà, Ernesto, capitano dell’Esercito, in borghese anche lui, e un’amica di famiglia, un’insegnante sfollata da Messina. Erano diretti
a Modica, paese ritenuto più sicuro presso un altro fratello del podestà” (Matteo Collura, In Sicilia, Longanesi, Milano, 2004, pag.212 ).
Ma qual è la sua opinione sull’episodio?
Valerio Mangano AcateSulla tragedia dei Mangano ho letto le versioni di Alfio Scuderi, di Nunzio Vicino, di Gianfranco Ciriacono, di Giovanni Iacono, di Giovanni Bartolone, di Piero Occhipinti, di Fabrizio Carloni, di Ignazio Albani, di Andrea Augello, di Domenico Anfora e Stefano Pepi e sono arrivato alla seguente conclusione:
– il 10 luglio del 1943, prima dell’ arrivo degli Americani ad Acate, il podestà decise di trasferire a Modica, presso la casa, ritenuta più sicura, del fratello Gaetano, vicesegretario comunale, la moglie Melina, il figlio Valerio (nella foto a sinistra), la maestra Latteri e la domestica Pina;
– il podestà chiese a suo fratello Ernesto in licenza dall’Ucraina di accompagnarlo fino a destinazione;
– i Mangano, all’altezza di contrada Capraro, furono fermati da una pattuglia di Americani, ma fatti proseguire per la presenza di donne in macchina;
– i Mangano, arrivati a Vittoria in via Cavour, presso casa Scuderi, al numero civico 338, furono trattenuti da un’altra pattuglia di Americani;
– le tre donne furono fatte entrare in casa Scuderi, mentre gli uomini furono portati dai soldati americani verso Piazza Italia da via Cavour.
Da questo momento tutto ciò che riguarda le donne può essere oggetto di ricostruzione storica, perché fondato su testimonianze certe; tutto ciò che concerne gli uomini ha come fondamento sia ipotesi, sia spiegazioni non documentate.
Che cosa è rimasto di indelebile nella memoria collettiva degli Acatesi?
Innanzitutto il modo in cui è stato ucciso Valerio (un colpo di baionetta gli inflisse una ferita mortale, partendo dall’orecchio sinistro e fermandosi al collo); una pietra, lanciata o tentata di lanciare da Valerio contro il suo uccisore, trovata nelle immediate vicinanze del cadavere del giovane, abbracciato al padre Giuseppe Mangano o presso il corpo di lui; nessuna traccia di Ernesto, fratello del podestà; la scomparsa delle pietre preziose, che si trovavano all’interno della Lancia Augusta mai ritrovata.
Nel momento in cui gli Americani vengono a contatto con le truppe italo-tedesche che difendono la Sicilia meridionale, cominciano ad apprendere che cosa sia il vero combattimento tra forze armate contrapposte.
Nel NoBernard Low Montgomery Acaterd-Africa gli Americani sono stati a fianco degli Inglesi del generale Bernard Low Montgomery (nella foto a sinistra) e le difficoltà, le battute d’arresto come le avanzate, che hanno portato alla vittoria nel deserto libico e in quello tunisino, sono state vissute insieme a soldati che hanno una pluricentenaria esperienza militare terrestre e navale.
Nella Sicilia meridionale le truppe americane, anche se avevano ricevuto un addestramento che era considerato perfetto e completo, come forze combattenti – nel loro settore – sono sole e con tutti i problemi di un esercito, che deve sbarcare uomini e mezzi, costruire teste di ponte, mantenere i nervi saldi, sostenere il contrattacco, oltre che italiano da parte di un nemico, il tedesco, il cui semplice suono del nome incuteva terrore panico e riverente rispetto.
Per questi motivi quando parliamo delle stragi di Piano Stella e dell’aeroporto di Biscari – Santo Pietro, non possiamo tacere il fatto che esse furono compiute da contingenti di truppe che erano ritenute le migliori unità dell’Esercito americano. Sia per l’addestramento (la Thunderbird “era in quel momento una delle divisioni più addestrate” – Domenico Anfora-Stefano Pepi, op.cit., pag.33) a cui erano state sottoposte, sia per l’armamento (“ottimamente armata ed equipaggiata”, idem, pag.33) di cui erano state dotate e che si rivelarono ben poca cosa di fronte alla realtà del combattimento vero, ingaggiato contro un nemico vero, in un lasso di tempo certamente non breve ( dal 10 al 14 luglio) che mise a dura prova la tempra dei soldati statunitensi, logorando la loro capacità di resistenza fisica e soprattutto psichica. Illuminanti sono le seguenti parole: “Nonostante l’accurato addestramento e l’ottimo equipaggiamento il comandante di divisione Middleton e i tre comandanti di reggimento non erano sicuri che i loro soldati, ancora non provati al fuoco, avessero superato la prima operazione reale e attendevano preoccupati di vederli mettere i piedi sulle spiagge” (idem, pag.66).
George Junior Patton AcateSiamo ancora nei momenti immediatamente precedenti lo sbarco e, secondo me, le parole ingiuriose e assassine pronunciate dal generale George Junior Patton (nella foto a sinistra) “Uccidete quei figli di puttana” contro i soldati italiani sono già lontane. Esse saranno richiamate nuovamente alla memoria soltanto quando la paura del nemico italo-tedesco diventerà sia gesto ultimo, alla fine di un vittorioso combattimento vissuto interamente con terrore panico ( fucilazione, da parte della cp “I” del 3°/ 505°, con raffiche di mitra dei carabinieri di Passo di Piazza, a nord del Biviere e a ovest del ponte sul Dirillo, di cui sopravvivono soltanto Pancucci e Cianci, deportati poi in Algeria. Anfora-Pepi, pag. 46), sia diritto di criminale vendetta contro un nemico che ha tenuto in scacco per lungo tempo un “combact team” con i nervi a pezzi in una terra che non conosce (strage di militari italiani e tedeschi all’aeroporto di Biscari-Santo Pietro, da parte del capitano Compton e del sergente West; strage di civili a Piano Stella).
La Germania ha fatto della guerra l’esperienza millenaria di un popolo e, con il primo e secondo conflitto mondiale, ha messo in atto quello che ben a ragione è stato chiamato “assalto al potere mondiale” (Fritz Fischer, Einaudi, Torino), il cui fallimento se da un lato ha ridimensionato, sul piano militare la potenza tedesca, dall’altro ha posto le basi sia per la fine di una vecchia filosofia della storia, sia per l’inizio di una nuova filosofia della storia.
Al vecchio SIN QUI proprio della filosofia hegeliana (sin qui, in terra germanica, è giunto lo spirito del mondo, ma in questa visione della realtà non vi sarà posto per una nuova storia) subentra il nuovo DI QUI (che fa partire il nuovo corso della storia universale dalla fine del secondo conflitto mondiale) proprio della filosofia della storia dell’ “Aquila americana”, che non consente dilazioni alla domanda il cui fondamento razionale risiede nell’intrinsecità della sua realtà.
Quali sono i Limiti della potenza americana? O meglio, nel nuovo ordine universale, la potenza americana può avere dei limiti?
A questa domanda non può rispondere lo storico, perché lo storico arriva sempre in ritardo rispetto a ciò che accade e dell’accaduto fa il terreno della sua indagine. A questa domanda può rispondere, io credo, soltanto l’UOMO COMUNE, l’uomo che quotidianamente svolge il suo lavoro manuale o intellettuale, che con il suo elementare buon senso sa dove andare, senza avere bisogno di escogitare eufemismi per affermare che l’Intelligenza costruttiva e l’Idiozia distruttiva sono i due estremi della ” Balance of Life” : quella che ha il suo centro nel Pensiero Pensante dell’uomo che lavora e che con il suo lavoro è ” FABER FORTUNAE SUAE”, anzi “FABER SUI IPSIUS”.

Antonio Cammarana

Una lezione di storia francese

rousseau
Nel libro che ha come titolo “Le Confessioni” Gian Giacomo Rousseau (Ginevra 1712 – Ermenonville 1778) parla, con dovizia di particolari, di un incontro con un contadino francese intorno al 1780, pochi anni prima che, in Francia, scoppiasse la rivoluzione del 1789, che fece conoscere al mondo sia gli “immortali principi” di libertà uguaglianza fratellanza, sia tutto ciò che un popolo, rovinato dalle tasse e affamato da una classe dirigente impomatata imbelle e
vanesia, sapeva fare con una ghigliottina.
Il filosofo ginevrino un giorno non riuscì a ritrovare la strada maestra, dopo avere camminato a lungo in aperta campagna. Per questo motivo “stanco e morto di sete e di fame”, entrò nella casa di un contadino, “la sola che si vedesse in quei luoghi”. Rousseau chiese da mangiare, naturalmente pagando ciò che gli sarebbe stato dato. Il contadino “offrì latte scremato e del rozzo pane d’orzo, dicendo che non aveva altro”. Il filosofo bevve “il latte con voluttà” e mangiò “quel pane, ma questo non poteva ristorare un uomo esausto dalla fatica”. Il contadino, vedendo che gli stava davanti un “bravo e onesto giovanotto, incapace di tradirlo”, si diresse verso una botola nel pavimento, la sollevò, discese e, non molto tempo dopo, riapparve alla sua presenza “con un buon pane bigio di puro frumento, un prosciutto molto appetitoso, una bottiglia di vino, la cui vista rallegrò il cuore” dell’ospite inatteso. A tutto questo poi aggiunse “una frittata ben grossa”, facendo fare in questo modo “un pasto quale può immaginare chi viaggia a piedi”.
Il benessere che Rousseau provò lo spinse a chiedere subito quanto gli dovesse, ma quello rifiutava il suo denaro, mostrando nel volto e nei gesti “un turbamento strano”. E, soltanto, dopo molte domande da parte di Rousseau, il contadino disse che “nascondeva il suo vino per causa dei dazi, il pane per le taglie (cioè per le tasse) e che egli sarebbe stato rovinato, se si fosse sospettato che non moriva proprio di fame”. Il filosofo Gian Giacomo Rousseau conclude il brano dicendo: “Quest’uomo agiato non osava mangiare il pane guadagnato con il sudore della fronte e poteva salvarsi dalla rovina soltanto simulando la miseria” allo scopo di pagare meno tasse.
Nella Francia prerivoluzionaria del diciottesimo secolo, pagava le tasse soltanto il “Terzo Stato”, di cui facevano parte commercianti, banchieri, industriali, uomini di lettere di medicina di scienza, avvocati, ingegneri, così come coloni, bottegai, contadini: in pratica tutti quelli che non erano né nobili, né preti, una maggioranza schiacciante a fronte di una risibilissima minoranza di “porcelli”.
Nobili e preti, in passato, erano stati anche guida del popolo, ma nello scorcio del 1700 erano visti ormai come sfruttatori, parassiti e sanguisughe ed oggetto soltanto di odio da parte dei meno (e non) abbienti.
La situazione prerivoluzionaria, in Francia, precipitò in una rivoluzione vera e propria, in verità anche per altre cause, ma la miccia che provocò l’incendio fu la gravissima crisi finanziaria, che l’ottusità cronica della nobiltà, del clero e della monarchia (cioè la casta e il palazzo) provocò con la seguente soluzione: fare pagare altre (e più pesanti) tasse a coloro i quali erano stati portati prima alla rovina economica, poi alla rovina fisica, togliendo loro non solo la camicia, ma anche la stessa la pelle del corpo.
Gli Stati, che vivono una situazione prerivoluzionaria simile a quella della Francia del diciottesimo secolo, dalla Storia non traggono nessuna lezione, continuando a strozzare i cittadini, che hanno avuto la cattiva ventura di non nascere e crescere altrove, inermi prigionieri e vittime di un vortice fiscale e di un sistema di riscossione, che sono un crudele ritrovato di criminale tortura della mente umana.

Antonio Cammarana

Festa al Circolo Agricolo per i 110 anni della fondazione: la relazione del prof. Antonio Cammarana

Festa circolo Agricolo Acate 110 anni
I centodieci anni di vita del Circolo Agricolo sono stati festeggiati solennnemente sabato sera nella sede di via XX Settembre, presenti Autorità, soci ed amici. Ha condotto i lavori il prof. Emanuele Ferrera, il quale, dopo la sua sobria e pregnante introduzione, ha invitato il sindaco Giovanni Caruso a porgere le felicitazioni dell’Amministrazione Comunale. Subito dopo ha preso la parola il dottor. Giovanni Frasca, segretario del sodalizio, con un efficace intervento nel quale ha citato anche un noto brano di Lucio Battisti, imperniato sull’amore per la campagna. A seguire il prof. Antonio Cammarana ha illustrato la sua dotta e meticolosa ricerca storico-sociale sul Circolo (che pubblichiamo più giù). Dopo i ringraziamenti commossi del presidente Giovanni Raffo a tutto lo staff di Eventi Acatesi, (Pietro Mezzasalma per la mostra fotografica e l’organizzazione della manifestazione, Franco Sallemi per il video, Emanuele Ferrera per il coordinamento), sono intervenuti il presidente del Circolo di Conversazione, prof. Giovanni Pignato (che ha donato al collega Raffo una stampa del Castello) e don Girolamo Bongiorno, figlio di uno dei fondatori. Prima dell’aperitivo Pietro Mezzasalma ha recitato una poesia sul tema sull’agricoltura, scritta da Vito Gatto.
Ecco il testo ella relazione del prof. Antonio Cammarana.

Redazione (Acateweb-EventiAcatesi)

Momenti storici e azione sociale del Circolo Agricolo di Acate

Antonio Cammarana2
Quando assieme all’amico maestro Pietro Mezzasalma – questo “assieme” sta diventando, sempre più, un luogo dell’intelligenza produttiva di cultura storica – entrai nel Circolo Agricolo, ho visto tante persone sedute ai tavoli della sala grande dell’Associazione, persone che discutevano, che giocavano a carte e che amichevolmente risposero al nostro saluto. Per un istante mi estraniai, tornai indietro nel tempo e con la memoria mi trovai nella sala del mio Circolo, il Circolo di Conversazione di Acate – antica Biscari, quando un tempo era piena di sodali: c’era chi leggeva il quotidiano e il settimanale inseriti nelle stecche; chi giocava a poker, a scala quaranta, a stop ballerino; chi stava seduto sul sofà; mentre tutti quanti erano osservati da Edmondo Leone, in piedi al centro della sala, con l’immancabile sigaro, che pendeva fumante dalla sua bocca. Immagini usuali, che popolano ancora di ricordi la mia mente e di altri soci del sodalizio più carico di storia di Acate.
Un colpetto alla spalla da parte di Pietro mi richiamò alla realtà e, subito dopo, lui, il presidente del Circolo Agricolo Giovanni Raffo ed io ci trovammo seduti nella stanzetta , che, secondo gli Antichi Atti, fu di proprietà del comune di Biscari. Con la sua esperienza pratica, Pietro prese accordi per la Celebrazione del 110° Anniversario dalla fondazione del Circolo ed io mi trovai con diversi quaderni in mano e un impegno da mantenere.
Tornato a casa fu tutt’uno sfogliare e leggere le pagine di quel materiale prezioso, che mi avrebbe permesso di ricostruire e di raccontare eventi, momenti di vita, le tappe più significative di questa storica realtà locale fin dalla sua nascita: un lampo nella notte oscura della comunità di Biscari, che si affacciava al Millenovecento, luce su un mondo sopra cui c’erano solo tenebre.
Per completezza e rigore di metodo affiancai, alla documentazione affidatami, la consultazione dell’Archivio storico della Biblioteca civica ” Enzo Maganuco ” e precisamente le delibere del Consiglio Comunale, che vanno dal 15-8-1902 al 10-11-1902, Registro n.8, delibere antecedenti all’Atto di nascita del Sodalizio, consultazione favorita dalla gentilissima Direttrice Graziella Sansone e dalle sue valide collaboratrici. Dalla lettura del materiale storico ebbi ben chiara la situazione storica politica ed economica del periodo in esame.
Il territorio di Biscari, per l’ingrossarsi delle acque del fiume Dirillo ( o Dorillo o Dorilli o Agate), a causa delle fitte e violente piogge, andava soggetto a ricorrenti straripamenti e inondazioni, provocando notevoli danni a uomini animali campagne e case della vallata omonima.
Una terribile alluvione (che non riguardò soltanto Biscari, ma tutta la Contea di Modica e la città di Modica in particolare) fu quella del 25 e 26 settembre del 1902, tanto che fu oggetto di discussione nella seduta del Consiglio comunale del giorno 8 ottobre dello stesso anno, in cui si misero in evidenza “i sacrifici personali e l’indefesso lavoro dell’ Ill/ mo Signor Sindaco Digeronimo”, il quale “non curando né fatiche, né strapazzi e tralasciando le sue molteplici occupazioni” percorse “l’intera vallata del Dirillo per constatare DE VISU ( di persona) i gravi danni cagionati dalla mai vista piena del nostro fiume Agate ( Dirillo )”, conseguente a “fatale e funesto nubifragio”, che “gettò nel lastrico tante povere famiglie di coloni e di piccoli possidenti i quali così, in poche ore, videro perduti gli stenti e i sudori”.
Il disastro ambientale e agricolo spinse quei lavoratori della terra e i piccoli proprietari a riunirsi a discutere e ad associarsi per trovare – se non la soluzione definitiva ai loro malanni – almeno un PUNTO DI FORZA, che potesse servire come difesa dei frutti del loro lavoro. In questo modo, dopo varie discussioni e accordi preliminari, “l’anno millenovecentotre, il giorno 15 marzo, alle ore 18, nel locale sociale sito in via Venti Settembre, previo avviso pubblicato nella sede, previo segnale datone con l’esposizione della bandiera alla porta”, si riunì l’Assemblea generale per “deliberare l’approvazione dello Statuto fondamentale del Circolo”.
Il Direttore, Gallo Biagio farmacista, al quale fu “affidata la redazione dello Statuto “, lesse “dal primo articolo fino all’ultimo”.
L’Assemblea, dopo” qualche lieve obiezione ” da parte di alcuni soci, applaudì l’operato del signor Direttore “e” a voti unanimi “approvò lo Statuto, che diventò l’Atto di Nascita del Circolo della Borghesia, vidimandolo con un timbro di forma ovale a inchiostro color viola, riproducente la denominazione del Sodalizio, che presentava, al suo interno, “una stretta di mano”, simbolo di solidarietà sociale, che si esprime nella forma e nella sostanza della collaborazione, della condivisione e dell’assistenza reale e concreta nella sventura, nella sofferenza e nel dolore.
Primo presidente fu Manusia Mariano, primo segretario Modica Gaetano, primo direttore Gallo Biagio.
Dal giorno della Fondazione l’Attività del Circolo della Borghesia si volse alla difesa e all’assistenza dei soci e del loro lavoro, sia quando si verificarono disastrose calamità naturali che distrussero i raccolti; sia quando si protestò contro l’antico metodo di ricavare fondi a disposizione del Consiglio Comunale, tassando maggiormente alcuni e alleggerendo del peso fiscale altri; sia quando si fecero voti ai signori dei latifondi inondati dalle acque del Dirillo.
Il Circolo della Borghesia, nel primo dopoguerra, non rimase estraneo alle lotte contadine, ora con la costituzione – il 2 maggio 1920 – della Cooperativa agraria guidata da un comitato provvisorio formato da cinque soci (Spada Giuseppe fu Biagio, Di Modica Giuseppe fu Giambattista, Falconieri Giovanni di Gaetano, Catania Vincenzo di Biagio, Cicero Antonino fu Salvatore) , ora con l’adesione “all’agitazione agricola del paese” nominando due membri (Spada Giuseppe fu Biagio e Di Modica Giuseppe fu Giambattista) su invito, ricevuto mediante lettera, del Circolo Socialista locale, che avrebbe portato all’occupazione delle terre incolte dei latifondi.
La lotta tra opposte fazioni politiche, violenta a Biscari, come in tutto il territorio nazionale, raggiunse il suo culmine con l’assassinio di Vincenzo Ferlante.
La tornata elettorale del 7 novembre 1920 aveva dato la maggioranza, nel consiglio comunale, alla sinistra socialista, al cui interno la quasi totalità degli aderenti si riconosceva nella linea riformista di Filippo Turati, di Claudio Treves e di Giacomo Matteotti, mentre una sparuta minoranza seguiva le idee massimaliste di Amedeo Bordiga e di Antonio Gramsci. In seguito alla scissione di Livorno, che determinò la nascita del partito comunista d’Italia, a Biscari i socialisti massimalisti aderirono alla linea rivoluzionaria comunista, alimentando gli scontri con gli uomini di opposte ideologie. I comunisti di Biscari, in una riunione segreta, votarono il crimine politico: l’assassinio di Vincenzo Ferlante, da tutti conosciuto come Vincinzinu Pirricchiu.
Il Ferlante aveva partecipato alla Prima Guerra Mondiale. La trincea, gli attacchi, i contrattacchi, i morti, i feriti ne avevano fatto un soldato coraggioso, un Ardito, una ” camicia nera ” ( le camicie nere non furono un’invenzione di Benito Mussolini: le camicie nere, con il pugnale fra i denti e con il tascapane pieno di bombe a mano, furono la punta di diamante del Regio Esercito Italiano, dopo la sconfitta di Caporetto: l’evoluzione dei Reparti d’Assalto, nel senso elitario dell’estremo coraggio e dell’azione suicida, contro il nemico invasore austro-ungarico e tedesco: i FEGATACCI, di cui mi parlò a lungo, a Milano, nel triennio 1974- 1975-1976, il capitano comandante Gianni Cordara, Presidente dell’A.N.A.I., l’Associazione Nazionale Arditi d’Italia).
La mattina del 19 Maggio il “Pirricchiu”, mentre scriveva frasi ingiuriose sulla facciata del Comune di Biscari contro il socialcomunismo, fu colpito alle spalle da un colpo di fucile sparato da Giuseppe Stracquadaini, assistito, nell’azione criminosa, da Giovanni Bongiorno e da Gaetano Stornello, entrambi carrettieri.
Il fallimento della sempre conclamata rivoluzione rossa, “il fare in Italia come in Russia”, mai portata a termine ( o, almeno tentata), la presa del potere da parte di Benito Mussolini ( ottobre 1922) e il suo passaggio per la via XX Settembre a Biscari (aprile 1924), l’emergere della figura dell’Avv. Vincenzo Bellomo, tra i fascisti del paese, convinsero i soci del Circolo della Borghesia a costituirsi in Sindacato Nazionale Fascista dei Massari il 24 maggio del 1925. Con questa denominazione il Circolo visse tutti gli altri anni del fascismo al potere, fin quando venne chiuso in seguito allo sbarco anglo-americano in Sicilia nel luglio del 1943.
Il giorno 8 del mese di agosto del 1943 i signori Pinnavaria Giuseppe fu Carmelo, Carrubba Vincenzo di Francesco ed Amorelli Giuseppe di Benedetto riaprirono il Circolo, prospettando a tutti gli intervenuti alla riunione “la futura possibilità di vita sotto gli americani”, i quali promettevano “la libertà”. Giuseppe Pinnavaria fu eletto Presidente.
La vita del Circolo ebbe, però, breve durata, perché il sodalizio fu chiuso per ordine del Governo Militare Alleato, in seguito ad attriti con le autorità locali da parte dell’allora Presidente. Ottenute le dimissioni, il Commissario prefettizio di Acate, rag. Vincenzo Paladino, fece opera di intercessione per la riapertura del Circolo presso il Comando Militare Alleato, che la consentì con la seguente motivazione da parte del C.A.O.A. HARRIS CAPT.
“Non ho nessun desiderio di intromettermi nei piaceri e fini del popolo di Acate, ma è stato portato alla mia conoscenza che certa condotta disordinata ha avuto luogo nei locali del Circolo della Società degli Agricoltori.
Su richiesta del Sindaco Paladino ho proceduto alla riapertura della Società e spero che si andrà incontro a queste mie concessioni con la buona condotta da parte dei membri. Sono sicuro che non sorgeranno più nel futuro motivi di lamentela”.
Il secondo dopoguerra vide i soci del Circolo e i suoi dirigenti impegnati nell’opera di rimpatrio dei prigionieri di guerra con il contributo di mille lire; negli accomodamenti con il Dazio; nella richiesta di revisione dell’imposta di famiglia da determinarsi “con spirito di imparzialità e reale valutazione dei redditi imponibili dei cittadini”; nella protesta contro la tassazione dei prodotti agricoli di “maggiore produzione, cioè, il vino, le mandorle, le carrube, le arance, i carciofi”, fatta a scapito di tantissime famiglie di agricoltori e con l’esclusione di seicento altre, appellandosi al senso di giustizia e di imparzialità del Prefetto della Provincia; nella difesa vigile ed energica dei diritti degli iscritti al Circolo.
L’indagine che ho condotto è stata interessantissima e ha permesso di ampliare la nostra conoscenza, che è soprattutto quella degli uomini e delle cose in senso lato, del territorio di Acate-antica Biscari.
Nel corso della ricerca ho rivisto i fantasmi di uomini bruciati dal sole e dal gelo, che nella campagna nacquero, nella campagna faticarono, con la campagna nel cuore chiusero gli occhi per sempre; ho rivisto i fantasmi di donne, che la fatica e il dolore resero vecchie anzitempo, donne che questi uomini – i loro uomini – attesero, ogni giorno, con ansia e trepidazione, prima di accendere, nell’annerita tannura, con paglia canne e frasche quel fuoco – spesso più fumo che fuoco – sopra cui mettere una pentola per bollire l’acqua con cui cuocere una minestra serale di fave o di lenticchie o di ceci o di fagioli, che rinfrancasse una giornata di lavoro duro nei campi dall’alba al tramonto del sole; soprattutto ho rivisto il fantasma di un mondo circoscritto a poche case (dove sovente vivevano assieme e senza vergogna persone e animali), a poche strade (spesso sterrate e poco praticabili soprattutto nei mesi autunnali e invernali): era il mondo del popolo della campagna che la sera si raccoglieva attorno a una magra tavola di cibo umile ma sano; e in questo raccogliersi e in questo esserci – raccogliersi ed esserci, che era proprio di tutta la famiglia non di rado patriarcale – si perpetuava quell’antico rito religioso diventato quotidiano vangelo della vita, che cominciava dalla distribuzione del pane, che il capofamiglia spezzava con le proprie mani e dava a partire dal più piccolo per arrivare, se bastava, a lui, che era il più grande.

Festa Circolo Agricolo pubblico

Alla Comunità del Circolo Agricolo di Acate, erede dell’orgoglio e della dignità di antiche generazioni di gabellotti e di piccoli proprietari, che spesso furono derubati dei frutti del proprio lavoro sia dalle calamità naturali, sia dalla rapacità di insulsi signori del latifondo, sia dall’infame politica di parte, vada il mio ringraziamento per essere stato onorato a presiedere, assieme agli altri autorevoli relatori, alla Celebrazione del 110° anno dalla fondazione del Circolo della Borghesia di Biscari, avvenuta il 15 Marzo del 1903.

Antonio Cammarana

Una benemerenza, una protesta, una supplica. Dal registro del circolo agricolo, già della borghesia

Circolo Agricolo Acate
Degna di attenzione ritengo l’ammissione, come Socio Benemerito, al Circolo della Borghesia di Biscari, del Dottor Masaracchio Antonino.
L’Assemblea dei soci del 22 Gennaio del 1905 – presidente il signor Manusia Mariano, segretario il signor Modica Gaetano, direttore il signor Gallo Biagio –su domanda inoltrata dal signor Bellomo Biagio e firmata da dieci soci– con voto unanime, ammette “il Distinto Egregio Dottor Masaracchio Antonino a Socio Benemerito” con la seguente motivazione: “Perché veramente possiede quei doni di Benemerenza, specialmente nel soccorrere i poveri non solo con la professione, ma anche con denaro e con quale gentilezza di conforto nei confronti di tutti; veramente degna persona della famiglia Nobile che egli appartiene ed in Biscari si è distinto per morale, per virtù e per meriti”.
Uno dei punti sul quale l’Assemblea del Circolo della Borghesia di Biscari è chiamata a pronunciarsi il primo gennaio del 1906 è la protesta contro l’aumento della tassa sul Bestiame, presa dalla Giunta Municipale di Biscari il giorno 29 Dicembre 1905.
La Giunta per tagliare il dazio “sulla minuta vendita del vino” non aveva trovato di meglio che “eccedere al massimo la tassa sul bestiame”, favorendo alcuni e danneggiando altri.
Il socio Modica Gaetano, chiesta e ottenuta la parola, fece osservare all’Assemblea dei soci che “il territorio di Biscari –nelle contrade Canalotti Fondo Niglio, Chiappa, Dirillo, Peniata, Macchione, Baudarello, Litteri, Piano di Giunco e Biddini- è posseduto per la massima parte da proprietari di Vittoria”, i quali non pagano la suddetta tassa (tassa che, quindi, viene meno al Comune di Biscari); che “la eccedenza al massimo di questa tassa” danneggia l’interesse dei soli agricoltori di Biscari; che un “accertamento rigoroso” è giusto, senza “fare bassamane” nel calcolarla.
Particolarmente interessante, per i contenuti dolorosi che vi sono presentati e per il pathos morale che li anima, è il verbale della seduta che i soci del Circolo della Borghesia di Biscari tengono il 22 gennaio del 1906.
Il presidente Garraffa Vincenzo fa presente all’Assemblea che, da diversi anni, gli agricoltori della Valle del Dirillo hanno il raccolto devastato dalla piena del fiume omonimo e che pure nell’anno appena cominciato –il 1906 – la furia delle acque non ha risparmiato i prodotti della terra. Gli agricoltori si trovano, quindi, nell’impossibilità “per manco (mancanza) di mezzi finanziari” di continuare la coltivazione dei terreni rovinati dal Dirillo, di cui sono “gabellotti”.
Ascoltata la relazione del presidente – e possiamo capire anche con quale stato d’animo demoralizzato di padri di famiglia, che un destino avverso da anni, priva del frutto delle campagne – l’Assemblea del Circolo della Borghesia all’unanimità ” fa voti ” al Principe di Mazzarino e agli Eredi del Principe Mirto affinché si degnino di attenuare la miseria incombente, che grava su questa benemerita classe di agricoltori, che coltiva i terreni di proprietà delle loro Signorie, accordando a essi “un abbuono in fitti” proporzionale ai danni ricevuti.
In quel “fa voti” a me pare di ravvisare da un lato la “sacralità” dei potenti e lontani signori, che detenevano il possesso della terra; dall’altro l’umiltà, ma anche la dignità degli agricoltori feriti da eventi naturali più grandi di loro e contro cui nulla si poteva.
Ancora cinquant’anni dopo, nel tempo in cui – ragazzino di sette nove undici anni – lavoravo nella sala da barba di mio zio Giovanni Carrubba, al numero 119 di Corso Indipendenza, quanti discorsi sconsolati e tristi ascoltai sulle terre sui raccolti sulle calamità naturali (‘u jelu, i rannili, ‘u sciroccu) e sulle piene distruttive e ricorrenti (calau ‘a china) del fiume Dirillo da parte di coloro che entravano nella sala per “fare barba e capelli”!
Eppure le facce di quegli uomini, per quanto mi consentono la mia memoria di oggi e la mia capacità di comprensione di allora, così tanto provati dalla sventura, sempre più mi pare di ricordarle (Mnemosine, dea della memoria, ancora mi assiste) come appartenenti ad un diverso consorzio umano e civile: anche segnati dalla sofferenza e dal dolore quegli uomini si dimostrarono forti nella temperie e solidali nella sventura, perché credevano in una vita migliore, sostenuti, forse, da una diversa fede, ma certamente confortati dalla ragionevole speranza di una più equa condizione economica futura.

Antonio Cammarana

“Punti fermi” alle origini del circolo agricolo Acatese di Acate-antica Biscari

Circolo agricolo Acate antica Biscari
Continuando a leggere i registri forniti dal presidente Giovanni Raffo, veniamo a conoscenza dei seguenti punti fermi alle origini del Circolo Agricolo:
– La tassa di ammissione al sodalizio, all’atto della fondazione denominato Circolo della Borghesia di Biscari, era di lire sei, mentre ogni socio regolarmente iscritto pagava la tassa mensile di centesimi settantacinque;
– Le riunioni del Consiglio di rappresentanza del Circolo e l’Assemblea generale dei soci in seduta plenaria si tenevano entrambi nel locale sociale di via XX Settembre:
quelle del Consiglio di rappresentanza “Previa lettera” d’invito a tutti i componenti; l’Assemblea generale “Previo avviso” pubblicato nella sede del sodalizio e “Previo segnale” dell’esposizione della bandiera alla porta;
– Quindici soci, estratti a sorte dall’elenco generale, quando si verificava il decesso di un iscritto, dovevano assistere ai funerali con l’obbligo di rimanere in chiesa e, al termine della funzione religiosa, di accompagnare il feretro al cimitero;
– Lo Statuto fondamentale del circolo fu redatto dal signor Direttore Gallo Biagio, letto dallo stesso in Assemblea, e approvato – con lievi obiezioni fatte da qualche socio – “a voti unanimi” e con somma soddisfazione da tutti i presenti, che applaudirono, alla fine, l’operato del signor Direttore;
– il 12 Aprile 1903, per la prima volta, dal Presidente Manusia Mariano venne chiesta all’Assemblea dei soci l’autorizzazione per l’acquisto del locale sociale e per il censimento (in vista dell’acquisto futuro) della stanzetta attigua, che, all’epoca, era abitata dal signor Maganuco Rocco. Il rilievo di questi punti fermi permette, secondo me, una doverosa riflessione:
– Torna ad onore del sodalizio l’osservanza scrupolosa delle regole da parte dell’Assemblea, del Consiglio e del singolo socio; il rispetto profondo dei morti iscritti al Circolo; la soddisfazione generale con cui venne salutata l’approvazione dello Statuto sociale; l’orgoglio legittimo di potere frequentare una sede, di cui i soci stessi fossero i proprietari reali.

Antonio Cammarana

Acate, celebrati al castello dei principi di Biscari i 150 anni dell’unità d’Italia

150 anni unità ItaliaI 150 anni dell’Unità d’Italia sono stati degnamente celebrati al castello dei Principi di Biscari con una conferenza-dibattito tenuta dai professori Antonio Cammarana e Antonino Masaracchio, che hanno relazionato rispettivamente sul percorso storico dell’Unità e sugli aspetti umani e culturali dell’evento.
La manifestazione è stata organizzata in sinergia dall’Amministrazione comunale e dal circolo di conversazione, dove, in precedenza, era stato inaugurato il nuovo logo dell’antico sodalizio.
Nel corso della serata la Sig.na Silvana Toro ha donato al Primo Cittadino, Giovanni Caruso, copia del Decreto Regio dell’8 Marzo 1861, con il quale il prozio Rosario Di Geronimo fu nominato primo Sindaco della cittadina fino al 1863.

Emanuele Ferrera

 

La relazione del Professore Antonio Cammarana

Il 17 marzo del 1861 Camillo Benso Conte di Cavour, già Presidente del Consiglio dei Ministri del Regno Sardo-Piemontese, portava al primo Parlamento italiano la legge che proclamava la costituzione del Regno d’Italia.
Per quanto riguarda il titolo, che doveva assumere Vittorio Emanuele II, si manifestarono due tendenze: la tendenza monarchica e moderata, la tendenza repubblicana e democratica.
La prima voleva che il sovrano prendesse il titolo di Vittorio Emanuele II, Re d’Italia per grazia di Dio, allo scopo di mettere in risalto che l’Unità era avvenuta per iniziativa dei Savoia.
La seconda chiedeva che Vittorio Emanuele II si intitolasse Re d’Italia  per volontà della Nazione, allo scopo di evidenziare le prerogative della sovranità popolare.
Alla fine venne raggiunto un compromesso e il sovrano prese il titolo di Vittorio Emanuele II Re d’Italia per grazia di Dio e per volontà della Nazione.
Per quanto riguarda la capitale del nuovo Regno essa restava ancora Torino, ma il Cavour dichiarò che avrebbe dovuto essere Roma, perché nessun’altra città d’Italia poteva reclamare gli stessi diritti a ospitare il governo del nuovo Regno.
Meno di tre mesi dopo il raggiungimento dell’Unità moriva Camillo Benso conte di Cavour.
L’Italia non avrà più un grande uomo di Stato della statura politica e della levatura morale di Cavour, sia con gli uomini della Destra storica, sia con gli uomini della Sinistra storica, sia con Francesco Crispi travolto dalla fine dell’avventura coloniale in Africa con la sconfitta di Adua, sia con Giovanni Giolitti, che lo storico Gaetano Salvemini, con una frase entrata nella storiografia internazionale, definì “il ministro della malavita”; ad eccezione di Alcide De Gasperi, l’unico che può stargli alla pari e della cui grandezza storica e del cui ruolo politico in tantissimi ci siamo dimenticati.

Nel campo internazionale, con il raggiungimento dell’Unità l’Italia fa il suo ingresso sia nell’Europa delle Costituzioni dei diritti dell’uomo e del cittadino, del progresso tecnico e scientifico; sia nell’Europa, che comincia a porre le basi per la distruzione dei principi fondamentali della Ragione umana con la corsa all’espansione coloniale, con la politica imperialistica, con la volontà di potenza e predominio, soprattutto con il contrasto violento, sul piano economi e sul piano militare tra le due maggiori potenze -l’Inghilterra e la Germania (e con i rispettivi alleati)- che tanti lutti devastazioni e rovine porteranno nei primi cinquant’anni del 1900.

Nel campo nazionale con il raggiungimento dell’Unità nascono i grandi problemi del popolo italiano: nasce il problema di risanare il bilancio dello Stato con un elevata pressione fiscale; nasce il problema del Veneto, di Trento e di Trieste, ancora sotto il dominio austro-ungarico: il Veneto sarà conquistato nel 1866 in seguito a quella che gli storici chiamano la terza guerra d’indipendenza; Trento e Trieste rimarranno ancora austriache e diventeranno territori italiani nel 1918, alla fine della prima guerra mondiale; nasce la questione romana: Roma diventerà capitale d’Italia nel 1870, ma tra lo Stato italiano e la Chiesa si aprirà un conflitto la cui soluzione dovrà aspettare il 1929 con Benito Mussolini, che firmerà i Patti Lateranenzi, e il 1984 con Bettino Craxi, che firmerà altri patti tra Stato e Chiesa; nasce il problema dei quadri militari garibaldini, cioè degli ufficiali di Garibaldi, che saranno ammessi nell’esercito regolare soltanto con una retrocessione di grado; nasce, soprattutto la Questione Meridionale e, a questo proposito, una precisazione va fatta: Tra il 1200 e il 1250, esattamente seicento anni prima, al tempo di Federico II di Svevia, tutta l’Italia meridionale, chiamata prima Regno di Sicilia, poi Regno delle Due Sicilie, fu il primo Stato moderno d’Europa nel campo delle lettere, delle scienze, della giurisprudenza, della medicina, dell’università, dell’economia, ma in modo particolare per la tolleranza verso tutti i popoli e verso tutte le religioni.
Quando Garibaldi e i Mille sbarcano a Marsala il Regno delle Due Sicilie non solo era in profonda decadenza, ma era anche guidato da un Re, Francesco II detto Franceschiello, incapace di essere all’altezza della situazione. Anche se aveva un esercito, una marina, una bandiera, una politica interna ed estera, buone relazioni internazionali, i rapporti tra le persone erano rapporti feudali e di vassallaggio, e la popolazione vedeva nello Stato una difesa degli interessi di pochi privilegiati e non di tutta la collettività, a causa di una economia di rapina della fatica quotidiana del lavoratore.
Nel momento in cui viene conquistato dai Mille e consegnato da Garibaldi, nell’incontro di Teano, a Vittorio Emanuele II, il Regno delle Due Sicilie da Regno diventa una Questione, la Questione Meridionale. Dal 1861 non è stata ancora risolta anche se è stata affrontata in vari modi.

Tante generazioni di italiani (e io assieme a loro) abbiamo appreso a scuola un concetto di Risorgimento paludato di retorica e intriso di luoghi comuni, non il Risorgimento quale realmente è stato.
Un esame rigoroso degli orientamenti della storiografia nazionale e internazionale ci consente di affermare con sicurezza che il Popolo non ha partecipato al Risorgimento, il Popolo è stato IL GRANDE ASSENTE del Risorgimento.
La mobilitazione patriottica alla diffusione delle idee, alla lotta, al combattimento, alla battaglia, non ha coinvolto gli operai, pochissimi in una società preindustriale come quella della penisola italiana e delle isole; non ha coinvolto i contadini: milioni e milioni di contadini, la stragrande maggioranza della popolazione, curvavo la schiena a lavorare nei campi dall’alba al tramonto del sole per un pane nero, restando indifferenti ed estranei al moto risorgimentale e all’unità d’Italia. Non sono state le grandi masse popolari a fare la storia del Risorgimento e dell’Unità. Sono state le minoranze politiche (quella monarchica e quella militare, quella moderata e quella democratica).
Per cui sarà sempre nostro dovere civile e morale di uomini liberi ricordare -oltre le grandi figure di Cavour e di Vittorio Emanuele II, di Mazzini e di Garibaldi- quelle minoranze che comprendono
-i tenenti di cavalleria Morelli e Silvati e il generale Guglielmo Pepe;
-il conte Federico Confalonieri, il conte Santor di Santa Rosa, il gruppo del giornale “Il Conciliatore”, foglio scientifico-letterario conosciuto anche come il foglio azzurro dal colore della carta;
-Silvio Pellico, che, dopo vent’anni di carcere duro nella fortezza dello Spielberg in Moravia, scrisse il libro “Le mie prigioni”, che commosse profondamente gli animi e che fu per l’Austria come una battaglia perduta;
-L’eroico prete carbonaro Don Andreoli, Ciro Menotti, i martiri di Belfiore, in particolare il tipografo Amatore Sciesa, che prima di essere condotto alla fucilazione fu fatto passare davanti alla sua casa, alla moglie, al figlio e pronunciò la frase: “Tiremm innanz!” (meglio morire, che tradire!);
-Il giovanissimo Iacopo Ruffini, uccisosi in carcere, per non fare in un momento di debolezza, i nomi dei compagni;
-I fratelli Attilio ed Emilio Bandiera, fucilati nel Vallone di Rovito;
-Carlo Pisacane, della cui sfortunata impresa ci rimane la poesia “La spigolatrice di Sapri” di Luigi Mercantini;
-I milanesi delle Cinque Giornate; Brescia, le leonessa d’Italia;
-I cinquemila studenti e professori dell’Università di Pisa e di Siena, che si sacrificarono a Curtadone e a Montanara;
-La carica di tre squadroni di cavalleria dei carabinieri del Maggiore Sanfront, nella battaglia di Pastrengo;
-La giornata di Magenta, che aprì ai Franco-Piemontesi la strada per Milano;
-La sanguinosissima battaglia per la conquista delle alture di Solferino e di San Martino;
-I Mille di Giuseppe Garibaldi.
Né possiamo tacere sull’attività svolta dalle donne:
-la contessa Teresa Casati Confalonieri;
-Matilde Viscontini;
-la principessa Cristina Trivulzio di Belgioioso;
-Anita Garibaldi;
-Jessie White, l’inglese che venne a combattere per l’Italia;
-le donne classiche, le donne romantiche, le donne liberali, le donne che accompagnano le fasi cruciali del Risorgimento dal 1821 al 1861 con le due tappe fondamentali dal 1848-49 e del 1859-60.
Ma due nomi – sopra tutti -, secondo me, e lo affermo con le prime tre parole della poesia “A Zacinto” Né Più Mai, due nomi Né Più Mai potranno essere dimenticati:
-il primo nome è quello di Ugo Foscolo scrittore, poeta, soldato, professore di eloquenza all’Università di Pavia, traduttore, saggista, critico letterario, storico della letteratura italiana, educatore (non solo con la parola, ma con l’esempio), ma soprattutto ESULE (prima in Svizzera, poi in Inghilterra), ESULE perché non volle vendere la propria libertà di pensiero, prestando il giuramento di fedeltà al nemico storico degli italiani, all’impero austriaco, che gli offriva denaro, onori e la direzione di un giornale. E poverissimo morì, nel 1827, nel villaggio inglese di Turnhan Green.
Solo 1871 le sue ceneri saranno portate a Firenze nella chiesa di Santa Croce, che tutto il mondo ci invidia e saranno poste accanto alle tombe di quei grandi (Niccolò Machiavelli, Michelangelo Buonarroti, Galileo Galilei, Vittorio Alfieri), che il Foscolo aveva cantato nell’immortale poesia de “I Sepolcri”.
Il secondo nome è quello di Goffredo Mameli, autore della “Canzone degli italiani”, universalmente nota come “Inno di Mameli”, dove le parole “Vittoria” e “Morte”  non sono parole retoriche e vuote, perché Mameli – all’età di ventidue anni – le ha consacrate nel combattimento e con il sacrificio della propria vita, nella difesa della Repubblica Romana del 1849, il momento più glorioso del Risorgimento.
Senza il Risorgimento non ci sarebbe stata l’Unità e senza l’Unità l’Italia sarebbe ancora, come disse il principe di Metternich, soltanto un espressione geografica.
Credo però che una volta fatta l’Italia il cammino dell’Unità nazionale non sia stato sorretto da una profonda coscienza unitaria verso tutte le classi sociali sia nel diritto (come diritto comune), sia nel dovere (come dovere comune), sia nella giustizia (come giustizia comune): il diritto il dovere la giustizia, i tre elementi fondamentali, secondo me, del SOGNO –  IL GRANDE SOGNO – di coloro che hanno dato la vita per il Risorgimento e per l’Unità.